Ossi Neri, Umanamente

Missioni di che?

Niente da dire, questa faccenda del bispensiero mi intriga proprio.  Dire “bianco” per fare intendere “nero” è un’arte sofisticata e terribile, ma affascinante. Però ci sono ancora volte in cui mi crolla la mascella, e mi sorprendo a pensare “Ma come piffero ci possiamo bere puzzonate del genere?”.

Tempo fa lavoravo in un giacimento archeologico del primo XXI secolo, e mi sono imbattuto in una straordinaria miniera di materiali massmediatici.  I reperti che abbiamo estratto raccontavano del periodo post-2001, e delle guerre che l’hanno costellato.  Guerre lunghissime, cruente, asettiche, sistematiche, senza regole, incredibilmente asimmetriche.  Guerre senza spirito di cavalleria, senza onore, scatenate in base a cause dichiaratamente false e protratte in nome di obiettivi che non interessavano realmente a nessuno dei contendenti.  Guerre assolutamente anomale, che quasi riscattavano quelle combattute nell’antichità.  Guerre che hanno fatto più vittime civili della somma di tutte le catastrofi del passato.  Guerre che, incredibilmente, nei reperti venivano chiamate “missioni di pace”.

 
Ora, la guerra è indubbiamente l’attività più antica del mondo.  O meglio.  Per essere onesti, sarebbe al secondo posto in classifica, ma dell’attività effettivamente più antica non sta bene parlare in pubblico, perlomeno in fascia protetta.

L’essere umano ha armato eserciti fin dalla notte dei tempi.  Con clave, lance, archi, baionette, scimitarre, fucili, bombardieri o spade laser, per tutti i 10.000 anni della storia nota gli uomini si sono massacrati tra loro per i motivi più vari.  A volte furono lotte per l’indipendenza, altre volte per il dominio di risorse preziose, in diversi casi semplicemente per assecondare le megalomanie dello psicopatico di turno.

 
In ogni caso, all’opposto della guerra c’è la pace.  Quando una guerra finisce, c’è la pace.  Per questo motivo, non è del tutto fuori luogo dire che lo scopo della guerra è la pace.  Però, da questo a dire che i soldati sono “operatori di pace”, c’è un bel salto.  E’ come dire che le cozze scadute sono “operatori di salute”, perché se uno non muore di epatite dopo sta bene.

Soltanto nel XXI secolo (non a caso, la fine dei tempi) si ebbe il coraggio (o forse l’ironia) di ribattezzare le missioni di guerra in “missioni di pace”.

 
Nella figura sottostante troviamo fianco a fianco un “operatore di pace” secondo la definizione standard, e un “operatore di pace” secondo i criteri del XXI secolo.  Riuscite a cogliere le sottili differenze?
Operatori di pace a confronto / parte 1
Effettivamente, si tratta di sfumature.  E’ facile lasciarsi ingannare dai particolari – lo strano copricapo, il curioso oggetto scuro che imbracciano.

In un altro esempio, vediamo altri due operatori di pace.
Operatori di pace a confronto / Parte 2

Anche in questo caso, distinguerli non è banale: hanno entrambi gli occhiali, sono entrambi in posizione accovacciata, ed entrambi tengono in mano un oggetto potenzialmente molto pericoloso.

Questi esempi dimostrano la potenza del bispensiero.  Quella bella linea netta di distinzione tra “pace” e “guerra”, tra “buoni” e “cattivi”, tra “vittime” e “carnefici”, bene e male, yin e yang, insomma quell’ingenua visione manichea del mondo che aveva caratterizzato le epoche precedenti, a partire dal cambio di millennio venne rapidamente smantellata.  Il bispensiero preconizzato dallo slogan orwelliano “La guerra è pace”, che all’epoca in cui fu scritto venne probabilmente preso per una provocazione iperbolica, divenne materiale da telegiornale.  Tale è la potenza delle parole.

 
Preso atto di tale potenza, per oggi smetto di scrivere, nel timore di farmi male.

 


I controsensi bellico-lessicali vi mandano in solluchero?
Non perdetevi allora i grandi classici:

Gli ossi neri vanno alla guerra /parte 1
Gli ossi neri vanno alla guerra /parte 2
Armi non letali (buona questa, eh?)
Armi non letali 2: il delirio colpisce ancora

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Discussione

3 pensieri su “Missioni di che?

  1. Fossi in te, non porterei la Sadica di Calcutta (alias Madre teresa) come esempio di bontà.

    http://www.slate.com/articles/news_and_politics/fighting_words/2003/10/mommie_dearest.html
    http://www.fitz-claridge.com/Articles/MotherTeresa.html

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    Pubblicato da gattovi | 9 aprile 2012, 10:57 pm
  2. Mmm, osservazioni molto interessanti. Io non parlavo di “bontà” ma di “pace”, ma per il resto i tuoi link meritano una riflessione. Ho bisogno di un po’ di tempo per approfondire.
    Ammetto di essermi lasciato un po’ prendere la mano dall’esigenza di trovare uno stereotipo di pacifismo – dopo Gandhi, ero già in crisi.

    In ogni caso, tu confermi la mia tesi: parlare di “operatori di pace”, o di “missioni di pace”, è sensato quanto cercare Paperopoli su Google Maps.

    Vado a documentarmi su MT…

    Mi piace

    Pubblicato da Niarb | 9 aprile 2012, 11:30 pm
  3. @ gattovi, riguardo ai tuoi commenti.

    Per prima cosa, le fonti. Slate la conoscevo già. Anche se, devo ammettere, era un pezzo che non andavo a farle visita. Di Sarah Fitz-Claridge e di Taking Children Seriously Taking Children Seriously, invece, non sapevo nulla. E ti ringrazio per l’opportunità che mi hai dato di conoscerli.

    (Questa è una splendida dimostrazione del fatto che aprire un blog non è una faccenda di esibizionismo, un banale svuotamento dei propri cassetti sulla pubblica piazza, ma una reale occasione di arricchimento).

    Quindi, entrambe fonti autorevoli e rispettabili.

    Poi, i contenuti. E, anche sui contenuti, nulla da eccepire. Tutto sommato, sarebbe bastato rifletterci su un po’. MT rientra in una categoria affollata e niente affatto misteriosa, quella dei missionari cattolici. Una categoria che ha operato per secoli con metodo e sistematicità, su scala planetaria, e perfettamente alla luce del sole, solidamente appoggiata da una campagna di marketing globale che farebbe venire la bava alla bocca a qualsiasi multinazionale.

    Perché la missione dei missionari, dopotutto, non è mai stata un segreto. I missionari sono stati concepiti per essere dei veicoli di esportazione della fede cattolica. “Esportatori”, o meglio “inculcatori” implacabili. Dei fondamentalisti, dei droni: toh, questo è il mio credo. Se lo abbracci, bene, avrai il privilegio di potermi considerare il tuo dominatore. Se invece non ti va, ti spedisco all’altro mondo per farti toccar con mano quanto avessi ragione su organigramma, usi e costumi dell’aldilà.

    (Non che i missionari abbiano mai ucciso nessuno, beninteso. Non più di quanto lo abbiano fatto gli inquisitori. Ci sono apposite soldataglie, per questo). L’azione dei missionari ha causato milioni e milioni di morti in tutti i continenti, e innumerevoli violenze, soprusi e sofferenze. E, nel farlo, ha spazzato via culture millenarie, ha realizzato il lavaggio del cervello di generazioni di disgraziati, e ha causato un radicamento profondo della povertà. Non per cattiveria: per il semplice motivo che una religione che promette consolazione, redenzione e salvezza non può che rivolgersi a masse di diseredati e di sofferenti. Scegli il tuo target, e costruisci in base a quello il tuo messaggio. Ho ancora negli occhi una scena allucinante, vista molti anni fa in Perù, di poveri indios inginocchiati a pregare in una enorme cattedrale costruita sui luoghi sacri agli déi dei loro avi, fabbricata con le pietre strappate ai loro templi, adornata con oro proveniente dalla fusione dei loro idoli, ed eretta con il sudore e i sangue dei loro avi. E quelli, dentro, inginocchiati, pregavano.

    E quindi sì, se MT era parte di queste milizie, nessuna sorpresa che ne condividesse metodi e ideali. E magari anche lo stesso orgoglio di cowboy di Dio.

    E allora perché l’ho scelta per il mio articolo? Leggerezza, credo. Quando cercavo una immagine per far risaltare il divario tra quella che il senso comune intende come “pace” e quella che oggi, con notevole esercizio di bispensiero, chiamiamo con lo stesso nome, sono inciampato nello stereotipo. Il soldataccio dell’ISAF versus la vecchierella con il grembiule bianco. Mi pareva così azzeccato…

    E invece ho peccato di velocità. 😉

    “Cosa vi terrorizza di più nella purezza?” chiesi. “La fretta” rispose Guglielmo.”
    (Umberto Eco, Il nome della Rosa, 1980)

     
    gattovi, grazie per avermi dato uno spunto per riflettere.

    Mi piace

    Pubblicato da Niarb | 14 aprile 2012, 6:40 pm

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