Ossi Neri

Gli ossi neri vanno alla guerra /parte 2

Continua la rassegna di ossimori di sapore bellico, belligerante, sbellicante. Che era iniziata qui.

oxymorons
Bombardamento chirurgico

Nell’antichità venivano chiamati “chirurghi” i maestri dell’arte medica, i guaritori. Il fine ultimo dei guaritori e della loro medicina era (vi sorprenderà) curare le persone. Curare: ovvero sanare, rimettere insieme, riparare, far stare meglio, recuperare alla vita, sottrarre alle morte.

D’altra parte, i “bombardamenti” erano operazioni incentrate sul fatto di scaricare tonnellate di materiale esplosivo su centri abitati o edifici di vario genere, con lo scopo dichiarato di ammazzare quante più persone possibile.

Ora, se è facile individuare delle sinergie tra i due concetti (io rompo, tu rimetti insieme), è molto meno immediato capire che cosa possano significare l’uno accanto all’altro. Ossi neri, appunto.

 
Bombe intelligenti

Da circa metà del XX secolo in poi, si prese l’abitudine di dare l’epiteto di “intelligente” a qualsiasi tecnologia che avesse la possibilità di andare in tilt. Un martello, per capirci, non può essere definito “intelligente” in nessuna circostanza. Lo stesso dicasi per una lampadina, una carriola o un pallottoliere. Tutta robaccia inerte, statica, obsoleta. Stupida.

Al contrario, telefoni cellulari, televisori, lavatrici e forni a microonde esistevano in due varianti: quella scema e quella intelligente. La prima era quella che funzionava sempre; la seconda era quella piena di funzioni (mai sottovalutare l’intelligenza di un display touch) che purtroppo però avevano la caratteristica di lasciare a piedi proprio nel momento in cui se ne avrebbe avuto maggiormente bisogno.

In ambito di hi-tech bellico, ovviamente, tutto questo era elevato all’ennesima potenza.

Le vecchie bombe, quelle idiote, erano ordigni che si limitavano a esplodere.
Le bombe intelligenti, invece, prima di esplodere si davano un’occhiata intorno, e poi decidevano.

Certi commentatori contemporanei sostengono che l’uso del termine “intelligente” si riferisse all’impiego di sofisticate tecnologie volte a guidare con precisione gli ordigni su obiettivi militari, preservando l’incolumità della popolazione e delle infrastrutture. E’ una tesi romantica, purtroppo nettamente smentita dai ritrovamenti archeologici. Risulta infatti che le bombe intelligenti abbiano fatto molti più danni tra i civili che tra i militari dell’opposta fazione.

A differenza delle bombe sceme e democratiche dei conflitti precedenti, che colpivano nel mucchio, le bombe intelligenti sganciate sui paesi poveri di mezzo mondo dimostrarono una notevole propensione a centrare asili, scuole, ospedali, mercati, luoghi di culto e mezzi di trasporto civili.

Sembra infatti che l'”intelligenza” di questi ordigni risidesse fondamentalmente nell’evitare di recar danno ai propri simili: bunker, apparati bellici, postazioni, arsenali, rampe missilistiche, carri armati, velivoli, depositi di munizioni et similia. Poco importa che questi potenziali bersagli appartenessero a nemici: l’intelligenza delle bombe, come categoria collettiva, è evidente proprio in questo spirito incondizionato di autoconservazione della specie. Falciando scuole e ospedali, esse riuscivano a seminare il panico nel nemico, senza il bisogno di dover arrivare a distruggerne le installazioni militari, sorelle (o cugine) delle bombe stesse.

Questo comportamento, estremamente sociale e coerente, capace di andare oltre le effimere etichette di “amico” e “nemico”, dimostra in modo definitivo l’acume, il senso di lealtà, lo spirito di squadra, il rispetto, il sentimento di fratellanza e la compassione di questi stupefacenti e sofisticatissimi oggetti.

E questa, signori, è indubbiamente intelligenza.

 
Danno collaterale

Questo, oltre che un ossimoro, è anche un termine decisamente un po’ stronzo.  “Danno collaterale” significa “civile ucciso”, e sul fatto che sia un danno c’è poco da eccepire, mentre è sul “collaterale” che si potrebbe discutere.

Nell’antichità più remota le guerre consistevano fondamentalmente nello scontro di due eserciti, schierati solitamente in ampi spazi al di fuori dei centri abitati. Pensate ai tempi di Napoleone: francesi di qua e austriaci di là, poi qualcuno che dice “alla carica”, e giù botte.  O le guerre tra macedoni e persiani, in una gola impervia in mezzo al niente: una falange di qua, una di là, e pesta tu che pesto anch’io.

Ma erano guerre vecchie, puah, guerre stupide.

I conflitti moderni, quelli “intelligenti”, consistevano invece nel seppellire di bombe avversari che non erano mai più vicini di qualche decina di chilometri, in orizzontale, o qualche migliaio di metri, in verticale. Avversari che si vedevano solamente sullo schermo di un radar, o attraverso l’intervento voyeristico di qualche satellite indiscreto.

Questa tecnica bellica forse un po’ vigliacca ma tanto, tanto furbetta, era purtroppo piuttosto imprecisa. Con tutto il rispetto per i microchip, i circuiti e i sensori GPS, quando si lanciano svariate tonnellate di esplosivo a velocità missilistiche su distanze dell’ordine delle centinaia di chilometri, si chiede un filino troppo alla tecnologia.

E la tecnologia costa.  Pensate quindi al danno economico di uno di questi missili che falcia, per errore, dei civili.  Un doppio danno: missile sprecato, e imbarazzanti ritorni di marketing.

Per questo motivo, quegli scriteriati che, pur abitando in territorio di guerra, non ebbero l’acume di prendere in considerazione l’inevitabile errore di tolleranza delle armi intelligenti, non vennero definiti “vittime” o “caduti”, ma “danni”.

E nemmeno “danni incalcolabili”, “pazzeschi”, “devastanti”, “irreparabili”, “imperdonabili”.
Semplicemente, “collaterali”.

 
Fuoco amico

Vorrei concludere la rassegna di ossi neri bellici con un’immagine poetica e rassicurante.  Il fuoco amico.

Immaginatevi smarriti in piena notte nel cuore di una foresta spaventosa.  Pensatevi mentre vagate, tremanti, nell’oscurità, tra ululati di lupi e il cupo ringhiare di qualche altra famelica bestiaccia.  E poi, di colpo, ecco l’accampamento.  Immaginate che meraviglioso senso di conforto arrivare tra gli amici, e sedere tutti insieme intorno al fuoco, al caldo, all’asciutto, al sicuro.

Oppure immaginate una drammatica spedizione artica, a sessanta gradi sotto zero.  Le slitte incastrate nel ghiaccio, i cani morti e surgelati, una marcia nell’infinito con naso, dita e altre appendici ormai prossime alla cancrena.  Pensate a quale incantevole regalo possa rappresentare ritrovare le tende del campo base, e il caldo falò che scoppietta in mezzo ad esse.

O, infine, immaginate di esservi persi nelle buie segrete di un antico castello, nelle catacombe di una necropoli dimenticata, nelle gallerie di una miniera abbandonata, o nel profondo di una grotta carsica.  Provate a pensare alla gioia straordinaria di incontrare la squadra dei soccorritori, equipaggiati con torce sulle quali scoppietta un magnifico, rassicurante, rivitalizzante fuoco amico.

Ecco, purtroppo tutto questo con il “fuoco amico” di bellico intendimento non c’entra assolutamente niente.

 
L’essere uccisi dal fuoco amico (la causa principale di morte per i soldati americani impegnati nelle due guerre del Golfo) significava perdere la vita a causa della raffica di mitra sparata da un commilitone un po’ troppo su di testosterone, o di adrenalina.

  • O per la sventagliata di napalm sganciata dal compatriota un po’ troppo carico di amfetamine – come è noto, il bugiardino all’interno delle confezioni di amftetamine avverte in modo esplicito di non mettersi alla guida dopo l’uso, e di non usare macchinari pesanti o sistemi di puntamento GPS.
  • O per l’esplosione di una bomba intelligente (vedi sopra), magari sganciata un po’ troppo frettolosamente dallo stesso aereo dal quale ti sei appena paracadutato.
  • O per la mina fuori posto piazzata dal compagno di battaglione che, la sera prima, hai visto scomparire nella branda con due bottiglie di Jack Daniel’s.
  • O per colpa del missile lanciato con precisione millimetrica (da un collega perfettamente addestrato, sobrio e refrattario alle droghe) ma guidato, purtroppo, da un sistema operativo che ogni tanto va in crash (sì, nel passato a volte succedeva che i computer si impallassero).

Mitra, bombe, mine, napalm: fuoco sì, certamente. Ma con anche tutta la fantasia del mondo, si fatica a capire cosa potesse centrare tutto ciò con l’amicizia.

 
Addendum:

Armi di distruzione di Massa

Citazione doverosa. Questo non è un ossimoro, è un falso storico puro e semplice. Queste armi non sono semplicemente mai esistite.

Non solo gli ispettori ONU non ne hanno trovato traccia in nessun anfratto dell’Iraq di Saddam Hussein, che pure hanno rivoltato come un calzino: c’è di più.

Felipe Massa non è mai stato un grandissimo pilota, ammettiamolo: sempre all’ombra di Schumacher prima e di Alonso poi. E avrà anche sfasciato qualche macchina, per carità. Ma da lì a pensare che potessero esistere ordigni studiati appositamente per farlo fuori dal circo della Formula 1 è decisamente troppo. Cancellare questa voce.

 

L’elenco, naturalmente, non finisce qua. Forse avete già letto l’articolo sulle Missioni di pace.  In caso negativo, questo è un buon momento per farlo.  Se invece sapete già tutto, forse potrebbero interessarvi le fenomenali acrobazie mentali legate a un altro spettacolare concetto: le Armi non letali.  Prossimamente su questi schermi.

 

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