Mappamondo

Islam e Occidente for dummies

Perché mai un giovane, in pieno XXI secolo, dovrebbe aver voglia di diventare un integralista religioso?
O addirittura un terrorista kamikaze?
Non sono due opzioni un granché allettanti, per noi occidentali.

Pregare cinque volte al giorno, rinunciare al prosciutto, indossare lo chador, eccetera, già ci verrebbe scomodo. Ma se poi parliamo addirittura di farsi saltare in aria, allora non se ne parla proprio.
(Anzi, se ne è parlato, qui. Ma senza trovare la quadra.)

Eppure di questa gente ce n’è a vagonate, nel mondo. E, a quanto si dice, in numero sempre crescente.
Per cui credo possa valer la pena di provare a capire un po’ da dove vengono, cos’hanno alle spalle, e cosa li ha esasperati al punto di spingerli a comportarsi così.

Islamic rage 2

Trattandosi di una complessa questione storica, filosofica e religiosa, ho pensato bene di rivolgermi a un esperto di economia, tecnologia e questioni energetiche.

 
Come? Dite che non c’entra niente?

Ah, bella questa.
Parlano quelli che hanno messo messo igieniste dentali a fare le consigliere regionali, pornostar a fare i deputati, e palazzinari chansonnier a fare i presidenti del consiglio.

Amici del XXI secolo, cercare di capire qualcosa dell’Islam leggendo Jeremy Rifkin non fa una grinza. E’ un elegante esempio di Beziehungswahn, come immagino converrete.
E chi non ama fare un po’ di Beziehungswahn, nei grigi weekend di fine autunno?(1)

 


Allora, a quanto pare tutto nasce da una differenza di fondo che distingue l’islamismo dal cristianesimo. Che, badate bene, tecnicamente parlando sarebbero due religioni sorelle, visto che nascono entrambe dalla tradizione monoteistica giudaica. Però, come le sorelle delle telenovele più trash, a un certo punto hanno cominciato a prendere a calci nei reni la mamma e a farsi la guerra tra di loro.

E non per una questione di fidanzati rubati o di eredità contese: quando si tratta di religioni, bastano divergenze molto più sottili per scatenare macelli epocali.

Nel caso in questione, la faccenda è più o meno questa: per i cristiani, la vita terrena non è altro che un momento di passaggio: breve, piena di sofferenze e di rompiballe di ogni genere. L’aldilà, invece, è tutta un’altra musica: nuvolette, angeli con la lira (un tempo: ora hanno l’euro), visioni divine, beatitudini continue, orgasmi multipli. Due tipi di esistenza che non possono assolutamente essere confusi.
Ai cristiani, nel corso della vita terrena, è richiesto fondamentalmente di comportarsi secondo una decina di precetti, compiere buone azioni, e possibilmente diffondere la buona novella. Tutte cose che fanno accumulare punti sulla Paradise Card, in modo che, al momento della morte, chi ha totalizzato più di un certo punteggio viene ammesso in Paradiso, mentre gli altri vengono smistati tra Purgatorio o Inferno. E così sia.

220px-IslamSymbolAllahCompAl contrario, Maometto ha basato i suoi insegnamenti sul fatto che è sulla Terra che l’uomo deve realizzare la propria unione con Dio, ed è costruendo una società giusta che si aprono le porte della vita spirituale. Il musulmano, se vuole salvarsi, deve impegnarsi per costruire una società equa e caritatevole qui, su questo buffo globo schiacciato ai poli.

 
img006bLa differenza non è banale. Per esempio, da un punto di vista islamico non hanno senso mistici, eremiti e monache di clausura, che si isolano dal mondo. Il credente islamico deve viverci nel mondo, non isolarsi. E poi, per un musulmano non ha senso una frase come: “A Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio”. Dio e Cesare devono coincidere: le comunità degli uomini non possono essere laiche; politica e teologia sono dimensioni indistinguibili.

Per questo, la visione islamica tradizionale non digerisce i concetti di “stati”, “nazioni”, e “popoli”. Maometto si rivolgeva a tutta l’umanità, la cosiddetta umma, o comunità universale dei fedeli, che in quanto universale, appunto, non ha senso immaginare frammentata in stati e nazioni. Se la umma cresce e prospera, significa che i credenti vivono secondo la volontà di Dio. Se la umma è divisa e turbolenta, il popolo si sta allontanando dalla salvezza.

 
Tutto questo c’entra forse qualcosa con l’oscuro titolo “Ummagumma” di un vecchio album dei Pink Floyd? Strano a dirsi, ma su questo Rifkin tace.

 
Tornando a noi, per la prima parte della propria storia (Maometto iniziò a predicare nel 610 d.C.) l’Islam prosperò proprio grazie a questa visione unitaria. Mentre l’Europa si accartocciava nell’oscurità del Medioevo, divisa in un’infinità di regni, potentati e staterelli in perenne lotta l’uno con l’altro, la civiltà islamica divenne la culla indiscussa del sapere e del progresso. I suoi confini geografici si espansero a livelli simili a quelli del defunto Impero Romano, e ovunque sventolava la bandiera con la mezzaluna sorsero scuole, biblioteche, ospedali, acquedotti, e insomma tutto l’apparato standard delle civiltà di razza.

Il mondo fu illuminato dalla luce della cultura musulmana per la bellezza di cinque secoli, durante i quali in nella decadente Europa si perdeva tempo a infilzarsi con la lancia in stupidi tornei e a cercare draghi e coppette luccicanti. Lo spread tra Europa e Islam, come si diceva all’epoca, non poteva essere più ampio.

islam world

Ma anche i Secoli Bui finirono. Passato il millennio, dai box dell’Occidente tolsero il cartello “Medioevo” ed esposero “Rinascimento”: da quel momento, la monoposto europea innestò il turbo, e tanti saluti a tutti.

Il risveglio dell’Occidente, visto da fuori, fu fulmineo e traumatico. Dal brodo primordiale del Medioevo emersero in rapida sequenza le nuove nazioni europee: forti, aggressive, e padrone di una scienza effervescente e minacciosa. Le nuove conoscenze scientifiche consentirono tecniche agricole innovative, scambi commerciali, esplorazioni, i primi tentativi di trasformazione dell’artigianato in industria, un nuovo concetto di economia, e naturalmente nuove soluzioni belliche: un boom tecnologico e commerciale che prese nettamente in contropiede il tranquillo mondo islamico. Con una rapidità quasi esplosiva, l’Occidente smise di contemplarsi l’ombelico, e invase e colonizzò tutto il mondo conosciuto.

 
Guardate, io non so come ve l’hanno raccontata. Ma c’è poco da girarci intorno: non fu nient’altro che il dominio della scienza a permettere all’Europa di surclassare tecnologicamente (e quindi economicamente e militarmente) il Medio Oriente. Con questo non voglio dire che l’Islam non si occupasse di scienza. Al contrario: è alla conoscenza degli arabi che dobbiamo un milione di scoperte meravigliose, come, per esempio l’algebra. (Ora che ci penso: con un dono del genere, una qualche forma di ritorsione se la sarebbero dovuta aspettare. Le crociate in cambio delle equazioni: abbastanza equo, no?)
I musulmani però intendevano la scienza come un metodo per glorificare Dio, mentre gli Europei la intendevano come un modo per riempirsi in maniera più efficiente la panza. Capirete che, a livello di incentivi, non c’è paragone.

E quindi, finché in Europa il pensiero, la creatività e la fantasia rimasero assoggettati ai dettami delle gerarchie religiose, si restò al palo. Ma quando la Chiesa cominciò a perdere il suo controllo assoluto sulle menti degli uomini e sugli Stati, la scienza, libera dalla solita ansia di rubare il mestiere a Dio e ai suoi broker, potè finalmente spalancare le porte al progresso.

L’ascesa dell’Occidente insomma inizò quando l’eterno scontro tra ragione e religione, ovvero il famoso dilemma “Chi ce l’ha più lungo? Il papa o l’imperatore?” cominciò a risolversi in favore di quest’ultimo. Per usare parole di Margherita Hack (già operativa a quei tempi), “Libera scienza in libero Stato”.

I secoli successivi dimostrarono in modo quantomai esplicito che la separazione tra fede e ragione aveva permesso all’Occidente di accumulare un vantaggio materiale che non sarebbe mai più stato colmato. Dopo la prima guerra mondiale, la caduta dell’Impero Ottomano mise definitivamente la parola “fine” ad ogni pretesa di equivalenza tra i due mondi. Da allora in poi, l’Islam si trovò a inseguire.

Inseguire, e mandar giù rospi cicci e rotondetti. Non è difficile immaginare che terribile umiliazione debba essere stata vedersi relegare, dopo secoli di supremazia, al ruolo di comprimari da quei barbari pelosi degli europei. E se vi sembra eccessivo il termine “umiliazione”, leggete qua.

 
E quindi, già agli inizi del 1900, i musulmani si resero conto che per cercare di stare al passo con l’Occidente avrebbero dovuto cambiare qualcosa. Un movimento interno all’Islam, detto degli “occidentalizzatori”, cominciò a spingere per adottare in toto il modello occidentale, anche se questo avrebbe rivoluzionato e sconvolto i fondamenti religiosi della società. Un’altra corrente, i “modernisti”, proponeva invece un approccio più moderato, che si potesse adattare in modo non distruttivo alla natura dell’Islam.

La spuntarono gli occidentalizzatori. Il Medio Oriente venne prima europeizzato, poi americanizzato. Il territorio venne diviso in nazioni indipendenti, vennero varate profonde riforme sociali, e i giovani vennero mandati a studiare in Europa e negli Stati Uniti. La gerarchia religiosa venne per la prima volta relegata ad un ruolo decisamente secondario.

Ma la cosa non funzionò. E, detto tra noi, non c’è da stupirsene. Battere l’Occidente con le sue stesse armi non poteva che rivelarsi un’idea baggiana.

I giovani furono spinti a trasferirsi nelle grandi città, lasciandosi alle spalle le famiglie e le terre di origine, ma non riuscirono a prendere parte alla scoppiettante vita economica che gli era stata promessa, per il semplice motivo che non esisteva. L’occupazione coloniale dell’Occidente lasciava ben poco spazio ai locali.

E poi, i musulmani non erano adatti a vivere in nazioni. Per un popolo abituato da secoli a sentirsi parte di una comunità universale, ritrovarsi costretti a vivere all’interno di nazioni separate risultò fin da subito insopportabile. Sarebbe come costringere me, che di piede porto il 42, ad andare in giro con delle scarpe numero 35. Coi tacchi.

In tutto questo, i leader religiosi, che da fulcro della società erano stati relegati in soffitta, di certo non contribuirono a diffondere messaggi di simpatia nei confronti dell’Occidente.

 
Vista la situazione, qualcuno provò a studiare un correttivo. L’egiziano Gamal Abd el Nasser, ad esempio, cercò di recuperare la visione sovranazionale tipica dell’Islam lanciando una forma di colonialismo detta panarabismo, che mirava a svincolarsi dall’ingombrante abbraccio dell’Occidente. Il suo esempio catalizzò l’orgoglio di tutto il mondo musulmano, ma erano gli anni della Guerra Fredda, e uscire dall’orbita occidentale significava ritrovarsi sotto l’ancor più oppressivo ombrello dell’Unione Sovietica dei tempi d’oro. Esatto, nella brace.

Inoltre, l’approccio di Nasser non risultò particolarmente fruttuoso in campo economico. A metà degli anni ’60 le casse dei paesi arabi erano vuote, e le rispettive società cominciarono a regredire. Il colpo di grazia al panarabismo arrivò dalla “guerra dei sei giorni” contro Israele, nel 1967, quando il mondo arabo venne brutalmente sconfitto da uno staterello di appena tre milioni di anime.

Famiglie disgregate, tradizioni millenarie abbandonate in tutta fretta, modelli politici filo-occidentali che avevano tradito ogni aspettativa, miseria, umiliazioni, figuracce internazionali. Inevitabile che, prima o poi, qualcuno in casa musulmana presentasse il conto.

 
Petrolio 3Ma a questo punto, colpo di scena. L’avvento dell’era del petrolio rimescolò improvvisamente le carte in tavola. Erano gli anni ’70, e il mondo cominciava ad avere molta sete del nero beverone. Quasi per incanto, saltò fuori che la maggior parte del petrolio mondiale albergava proprio sotto la sabbia dei deserti mediorientali. Questo cambiava le cose, e non di poco: il “generoso dono di Allah”, come venne definito, all’improvviso strappò di mano il telecomando dell’economia mondiale agli occidentali e lo consegnò al mondo arabo.

 
Qualche numero: nel 1970 l’Arabia produceva 3,5 milioni di barili di greggio al giorno. Dieci anni dopo, ne produceva 10.
Nel 1970 il greggio veniva venduto a 3 dollari al barile. Dieci anni dopo, a 34 dollari.
Un po’ di tempo più tardi, un certo Osama Bin Laden portò il prezzo a 144 dollari.
E c’è ancora qualcuno che pensa che gli americani ce l’avessero con lui per quella faccenda dei grattacieli.

barili

Insomma, di colpo il mondo arabo si rese conto di tenere il mondo occidentale per le palle, come avrebbe detto Foscolo. E, ovviamente, se ne approfittò.

Per esempio, nel 1973 i musulmani si presero una rivincita niente male su Israele. Egitto e Siria attaccarono lo stato ebraico, e quando gli USA e l’Occidente misero su la voce grossa, i paesi dell’OPEC decisero come un sol uomo di alzare il prezzo del petrolio del 70%. Nixon non riuscì a fare a meno di fare il cowboy e si esibì in uno storico “chissenefrega”, stanziando un sostanzioso pacchetto di aiuti economici e militari per Israele. A quel punto quelli dell’OPEC lanciarono l’embargo. Fabbriche ferme, auto a secco, termosifoni spenti: l’Occidente si diede immediatamente una calmata, e apparvero le prime crepe nella fino ad allora monolitica politica internazionale di Europa, Stati Uniti e Giappone.
Il messaggio non poteva essere più chiaro: era nato un nuovo ordine economico mondiale.

Apparentemente, insomma, il pendolo della storia aveva completato il suo ciclo, e il mondo arabo si trovava di nuovo al centro della scena mondiale, padrone di un potere che spaventava l’Occidente. Le nazioni del mondo si misero in fila per acquistare il petrolio, e la geopolitica disegnò sul mappamondo due enormi flussi appaiati: quello dell’oro nero che andava verso l’Occidente, e quello dell’oro vero diretto verso il Medio Oriente.

Le casse dei paesi arabi si gonfiarono di una ricchezza che da allora è diventata proverbiale: gli sceicchi si fecero costruire ville hollywoodiane, gli emiri si improvvisarono collezionisti di Ferrari e di conigliette, i sultani mollarono i dromedari e cominciarono ad andare in giro su jet privati e su megayacht con i rubinetti d’oro. Spuntarono come funghi grattacieli, arcipelaghi artificiali, piste da sci in mezzo al deserto, e via delirando.

 
Ma non è tutt’oro quello che luce. Specialmente, manco a dirlo, se è nero.

Tanto per cominciare, i viaggi all’estero e la nuova ricchezza fecero rientrare l’odiato stile di vita occidentale dalla finestra, dopo che era stato sbattuto fuori dalla porta.

E poi, soprattutto, tutto questo lusso sfrenato toccò solo a pochi eletti. Mentre sceicchi ed emiri si rotolavano nei petrodollari, la maggior parte della popolazione viveva nella miseria e nello squallore.

Inevitabilmente, la rabbia popolare prese a montare, come la schiuma di una cocacola dimenticata nel baule tutta l’estate.

La classe dirigente, per proteggere i propri privilegi e contemporaneamente tener sotto controllo i malumori della plebe, dovette metter da parte qualsiasi (pur vaga) tentazione democratica, e instaurare regimi dittatoriali.

puzzle AF

In tutti gli stati del Golfo fiorì dunque un malsanissimo mix di dispotismo, disuguaglianza, corruzione, miseria e repressione. Una bomba innescata.

Ovviamente, qualcuno cominciò a chiedersi che fine avessero fatto i dettami di Maometto, che predicava una società giusta e solidale.
Emiri e sceicchi si guardarono bene dal rispondere, impegnati com’erano a lavare le schiene delle loro playmate con champagne d’annata.

Gruppi religiosi come i Fratelli Musulmani, che negli anni del panarabismo erano stati relegati in secondo piano, e spesso brutalmente repressi e torturati (ad esempio nei campi di concentramento dello scià di Persia, quel mattacchione di Reza Pahlevi) cominciarono a fare proseliti predicando l’abbandono delle tentazioni filo-occidentali e il ritorno alla purezza dell’Islam originario.

Per milioni di giovani, questa fu l’unica opzione disponibile. In tanti cominciarono a frequentare moschee e scuole islamiche [madrase], gli unici luoghi in cui era consentito esprimere ad alta voce il proprio disagio al sicuro dagli occhi delle autorità, e gli unici luoghi in cui c’era qualcuno ad ascoltarli, consolarli, e a promettere un futuro migliore. Per un popolo oppresso e malamente tradito, riscoprire l’Islam significò fondamentalmente imparare a sperare.

Un (altro) egiziano, Sayyid Qutb, già prigioniero nelle carceri di Nasser, spinse la questione un passettino più in là. Con un semplice sillogismo: visto che l’influenza delle civiltà occidentali allontana i fedeli dall’Islam, disse, allora il vero musulmano ha il dovere di rovesciare questi regimi. La missione di questi giovani, quindi, si focalizzò su un obiettivo molto chiaro: reislamizzare il Medio Oriente (e fin qui tutto bene) e, soprattutto, il resto del mondo.
Fiocco azzurro sulla porta: era nato il moderno fondamentalismo islamico.

 
Il messaggio fondamentalista esercitò un fascino notevole su tanti di quei diseredati. E quando, nel 1979, l’ayatollah Khomeini rientrò in Iran dal suo esilio parigino, il terreno era fertile al punto giusto: reislamizzare il Medio Oriente non sembrava più un sogno, ma una promessa a portata di mano.

 
Finisce qui? Ma no che non finisce qui.
Succedono ancora un paio di cosette prima di arrivare ai giorni nostri.

Ve le racconto qui.

 
Ispirato da Jeremy Rifkin, “Economia all’idrogeno”, 2002.
 

Fonte delle immagini (in ordine): Associated Press, Internet, Elio, Wikipedia, Afterfindus, Afterfindus (la tabella). I due ritratti nel puzzle sono tratti da Muslim-Academy.com e da OnIslam.net, mentre i due yacht sono miei e li fotografo tutte le volte che mi pare.


Nota 1: Vi risparmio la googlata. Beziehungswahn significa “capacità di collegare fatti e nozioni diversi”, come peraltro ci ripeteva fino allo sfinimento il mio vecchio allenatore di minibasket. Torna su

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