Mappamondo

Una domanda imbarazzante

“Fammi una domanda.”
“Una domanda? Che domanda?”
“Una domanda. Una qualunque.”

Yali smise di camminare, e fissò i suoi enormi occhi neri in quelli dell’amico. Gli ultimi raggi del sole tingevano di fuoco la spiaggia e la spuma delle onde.
“Mi vuoi prendere in giro,” disse, piano.
“Niente affatto, grande capo,” disse l’uomo con la barba bianca. “Voglio solo che tu mi faccia una domanda.”
“Va bene,” disse Yali. “Allora: mi offri la cena?”

L’uomo con la barba bianca sorrise.
“Non era questo che avevo in mente. Vedi, tutti questi anni lontano dall’Università cominciano a farsi sentire. Credo che mi manchino le domande ingenue e terribili dei miei studenti.”
“Ti manca casa tua?”
“A volte. Ma adoro la Nuova Guinea. E ora avanti, fammi la tua domanda”.
Yali smise di camminare, e puntò lo sguardo sul mare, oltre l’orizzonte.

Perchè voi bianchi avete tutto questo cargo,” disse poi in un fiato “e noi neri ne abbiamo invece così poco?

L’uomo con la barba bianca fu colto alla sprovvista.
Cargo? Che vuoi dire, Yali?”
“Le vostre cose. Le vostre navi. La vostra ricchezza. Tutto quanto,” disse Yali. “Voi bianchi siete sbarcati qui tanto tempo fa. E avete riempito le nostre isole con tutta la vostra roba.”
“E’ stato oltre duecento anni fa,” disse l’uomo con la barba bianca.
“Esatto,” disse Yali. “Il vostro arrivo fu per la mia gente un’enorme sorpresa. Non avevamo mai visto uomini bianchi, prima. Fino ad allora avevamo vissuto tranquilli, e isolati. Pensavamo che le nostre isole fossero il mondo, e che il nostro modo di vivere fosse l’unico possibile. Poi siete arrivati voi, e all’improvviso abbiamo scoperto di essere pochi, arretrati, e poveri.”
“…” rispose l’altro.

Yali proseguì: “Avete riempito le nostre isole di oggetti che non avevamo mai visto, né immaginato che potessero esistere. Specchietti e perline, all’inizio. Poi magliette, cappellini, cibo in scatola, forbici, viti e cacciaviti. E in seguito libri, lattine, fil di ferro, radio, scarpe, armi da fuoco, pentole, stoviglie, bussole, martelli.”
L’uomo con la barba bianca accennò a una specie di sorriso: “I doni della civiltà.”
“Tante cose,” disse Yali, “Troppe cose. Un tempo abbiamo provato a dare un nome a tutte queste cose nella nostra lingua, ma voi ne portavate sempre di nuove. E quindi abbiamo lasciato perdere, e da allora le chiamiamo tutte insieme con il nome delle navi da cui arrivano. Cargo.”
“Capisco.”

“Noi abitiamo da diecimila anni queste isole, Jared. E abbiamo sempre vissuto allo stesso modo. Io come mio padre, e come mio nonno, e come il nonno del nonno di mio nonno. Cacciando animali, raccogliendo frutti, costruendo rifugi. Non abbiamo mai avuto tanti oggetti. Qualche arma, qualche utensile, roba così. E ci bastava.
Ma un giorno siete arrivati voi con il vostro cargo, e ci avete detto che oltre il mare ci sono altre cose. Altre isole, altri popoli, altro cargo.”
“E’ vero”.
“E voi bianchi avete visto tutte quelle isole e quei popoli, avete scalato le loro montagne, vi siete addirittura arrampicati sulla Luna, mentre noi siamo sempre rimasti qui.”
“E’ così, Yali.”

Silenzio, per un po’. I due uomini fissavano la sabbia, ognuno cercando dentro di sè parole diverse. Poi Yali parlò:
“Tu li hai visti gli altri popoli, vero Jared?”
“Ne ho visti tanti, sì.”
“Ed è vero che ci sono altri uguali a noi?”
“Popoli scuri di pelle? Certamente.”
“Popoli che non hanno conquistato altri popoli. Popoli che vivono come i loro avi. Popoli che non hanno le vostre cose, le vostre navi, le vostre armi.”
“Ce ne sono, Yali”.
“E dimmi, Jared, come è andata con loro?”

L’uomo con la barba bianca tacque per un attimo, poi disse:
“Abbiamo conquistato anche loro. Siamo sbarcati sulle loro isole, e sulle loro terre. Abbiamo portato anche a loro il nostro cargo, e a volte ci siamo presi qualcosa di loro.”
“A volte, Jared?”
“Sempre.”
“Ecco,” disse Yali. “Scommetto che a volte siete stati gentili, come con noi. Altre volte avete combattuto. E quando lo avete fatto, avete vinto. Siete sempre stati voi a trionfare, sottomettere, conquistare.”
“E così,” ammise imbarazzato l’altro.

“E’ strano, no?” disse Yali. “Ci sono tutti questi popoli nel mondo. Eppure solo voi bianchi, voi bianchi e quegli altri con gli occhi a mandorla, avete viaggiato, costruito e conquistato, mentre tutti gli altri, anche se vivono in isole che noi non conosciamo, e parlano lingue che noi non capiamo, tutti loro, come noi, non hanno mai sviluppato una società complessa come la vostra. E sono stati sottomessi.”
“A grandi linee sì, Yali, è come dici. I popoli provenienti dall’Europa e dall’Asia orientale hanno sviluppato delle civiltà tecnologicamente avanzate, e le genti dell’Africa, del Sudamerica, dell’Asia Centrale, e voi dell’Oceania avete in qualche modo subìto la nostra espansione. Non è mai successo il contrario.”

Yali tornò a fissarlo.
“Volevi una domanda, vero, amico mio? E allora eccola.
Jared, perché?”

 


Beh, se devo dire proprio tutta la verità, io non lo so se questa conversazione si sia svolta esattamente così, battuta dopo battuta.
So però che la domanda che il capo indigeno Yali pose a Jared Diamond nel lontano luglio del 1972 è autentica al cento per cento. Lì per lì, Diamond cercò una risposta da dare al suo amico, ma si rese subito conto che non l’aveva.
“Le cose” pensò, un po’ a disagio, “sono semplicemente andate così”.

Jared Diamond, per chi non lo conoscesse, è un personaggio favoloso. E’ una di quelle persone dal cui spettacolare curriculum si può intuire una straordinaria ricchezza intellettuale: poliedricità, curiosità, fantasia, intelligenza. E’ ornitologo, biologo evolutivo, fisiologo, medico, linguista, biogeografo, antropologo, e magari suona anche bene l’armonica. E, tra l’altro, dà l’idea di essere anche un tipo estremamente simpatico.
Una delle più belle pubblicità possibili per la scienza.

La domanda di Yali spiazzò completamente Diamond, che in quel momento, su quella spiaggia, decise di trovare una risposta. A partire da quella sera di luglio, il professor Diamond si imbarcò in una ricerca appassionata a cui dedicò i successivi vent’anni della sua vita. Vent’anni che lo portarono a viaggiare nei quattro angoli del globo, a conoscere e studiare popoli e culture di ogni genere. Vent’anni che gli permisero di ricostruire in modo dettagliato gli ultimi 13.000 anni della storia umana, dalla fine dell’ultima glaciazione (voglio dire, della penultima glaciazione) su su su fino al ventesimo secolo. Un viaggio entusiasmante, un affresco straordinario, un’esperienza unica. Al termine della quale, fu finalmente in grado di mettere insieme la famosa risposta.

E voi ora, immagino, volete quella risposta.

 
Beh, non scherziamo.
Un tipo del calibro di Jared Diamond si sbatte in giro per il mondo per vent’anni, e voi volete la risposta così, in due minuti.
Due minuti nei quali il massimo dello sforzo che avete fatto è stato prillare la rotellina del mouse.

Seriamente, non sarebbe onesto.

Per rispetto verso Jared, verso Yali, e verso il vostro datore di lavoro (lo so che mi state leggendo dall’ufficio…), mi vedo purtroppo costretto a rimandarvi al prossimo articolo.
Nel frattempo, provate a fare le vostre ipotesi…

Le aspetto.

 
Ispirato da Jared Diamond, “Armi, acciaio e malattie”, 1997.
 

Puntata successiva: Cinque risposte imbarazzanti.

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Discussione

8 pensieri su “Una domanda imbarazzante

  1. Santa polenta della polena, ma non staremo mica scher zan do !!!!!!???? mi vuoi lasciare così per aria? Questo è il genere di cosa che io voglio sapere. Se la faccenda è contenuta nel libro di Yared interromperò subito la lettura di Haldeman e correrò da lui se tu non sputi il rospo ma… mi piacerebbe sapere SUBITO questa cosa.
    E Nel frattempo non posso che consigliarti “La fine dell’eternità” di Asimov. Forse il suo più bel libro, a mio avviso, senza nulla togliere agli altri. Ma le sue cose più belle sono i piccoli racconti … e quel libro, secondo me.

    Mi piace

    Pubblicato da cavallogolooso | 12 novembre 2012, 1:40 am
    • Eh, la faccenda dei vent’anni non perdona. Ma prometto: questa volta sarò veloce. Velocizzimo.
      Quanto a “La fine dell’eternità” concordo: è assolutamente geniale. Definitivo.
      …ma dici che ci ammetterebbero alle cene del Club dei Vedovi Neri? 😉

      Mi piace

      Pubblicato da Niarb | 12 novembre 2012, 1:46 am
      • secondo qualcuno (Nietsche? boh!!!) io sono fortunatissimo: posso godermi molte cose motle volte perché non mi ricordo una ceppa!!!!! Sono certo di aver letto del Club … e di non ricordarmi nulla! :))

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        Pubblicato da cavallogolooso | 12 novembre 2012, 2:04 am
  2. si si, però tu hai chiesto ipotesi.
    Partiamo da un quadretto che il kebabbaro nel paese dei miei tiene bel bello esposto davanti alle facce degli ignoranti – e non sarebbe nulla – e noncuranti clienti. Vi è raffigurata l’espansione dell’impero ottomano in massima espansione affiancata a quella dell’impero romano a pari condizioni.
    Non so di che colore fossero gli ottomani, ma non mi pare che fossero tanto bianchi. E l’area coperta, che a quel tempo credo non avesse grandi problemi a riflettere anche la densità di popolazione, era decisamente superiore. Certo, non in un quadretto dal kebabbaro da 20×25 cm …
    Quindi il colore della pelle non ha sempre dominato.
    Oggi il colore della pelle è quello leggermente giallo… e se guardiamo le percentuali di popolazione USA sappiamo che i bianchi sono in minoranza sia come colore di pelle che per quanto riguarda la riconducibilità alle etnie e alle lingue. I bianchi, negli USA, sono minoranza.
    Però gil USA sono andati a spaccare culi e maroni in giro per gli ultimi 50 anni.
    Prima erano gli inglesi. E la mentalità capitalista non ha mai smesso di essere quella: efficienza meccanica, nessuno sconto al popolo che si ribella al pugno di ferro, non nella realtà dei fatti; sbaglio?

    Un’analisi “CavalloGolOso” dice che semplicemente come esseri umani siamo delle merde: siamo oppressori dei nostri simili e spesso la stessa spinta viene definita da alcuni “insaziabile curiosità” e da altri “bramosia di conquista”. Sta di fatto che invece di decidere di coalizzarci contro la natura cattiva, stabilizzare il nostro numero (mi arruolo tra gli eugenetici, ma il metodo CONTA) e cercare di elevarci TUTTI al di sopra della mera sopravvivenza … cerchiamo solo di avere gli uni più degli altri e sempre a scapito di questi altri, fottendocene di loro nel migliore dei casi.

    L’analisi precisa invece dovrebbe riguardare le distanze e le risorse … magari nell’isoletta il singolo con l’insaziabile bramosia che prende la barchetta e nonostante la sua forza d’animo si schianta sull’unico scoglio che appare nel triangolo delle bermuda (anche se lui è partito dall’Australia) per due secondi, incide meno del resto della popolazione che considera impossibile allontanarsi… che non ha risorse differenti da quelle necessarie per millenni al puro sostentamento… non ha mai visto un vulcano, non ha mai scavato la terra e figuriamoci la roccia. Non ha avuto contatti con altre menti e quindi altri stimoli positivi o negativi che li si voglia considerare.

    Altri popoli hanno storie simili, tanto che quando le si va a confrontare (ove possibile) spesso si inizia a fare a gara a chi ha scoperto per primo questo, affermato quell’altro, fatto in maniera simile quell’altro ancora, risolto in modo saggio o forte quell’altro problema, sperimentato per primo corruzione depravazione abiezione e crudeltà o costruito cose grandiose o soggiogato il maggior numero di sudditi e schiavi. Sul foglio di carta è più bello essere discendenti e concittadini del tiranno peggiore… far parte del branco con il capo più spaccaculi.
    Poi però tocca al tuo.
    Ma per poco, poi non hai nulla più da raccontare: ci potevi pensare prima.

    Secondo alcuni la temperatura influisce: i paesi caldi hanno gente più “rilassata” e calma, che vive con tanto sole ma che dallo stesso sole si deve riparare per tante ore. Vedi la siesta, ad esempio. E che normalmente si godono la semplice esistenza. Oggi stesso quando guardi quale mazzo ti devi fare per pagare il riscaldamento spesso ti risolvi a scegliere “il clima temperato” o di più: per non dover pagare (= fatica) il riscaldamento. Vedi i nostri anziani che svernano alle Canarie perché costa meno.

    Come mai i Romani non hanno raggiunto la Cina per conquistarla e viceversa? A parte che sembra che alcuni microscopici contatti ci fossero stati, ma le distanze da percorrere erano talmente grandi che un popolo che aveva da coltivare una terra e vivere la propria vita in città e non fosse nomade non avrebbe mai affrontato. Però c’erano i commercianti intermedi che ci lucravano su.
    E i nomadi c’erano. E infatti sono arrivati.
    Non so se fossero bianchi.
    Ma di sicuro non sono andati dai neri.

    Io credo che non sia – in prospettiva storica – una faccenda di bianchi e neri: gli esseri umani sono fondamentalmente ancora più delle bestie che degli esseri umani. E quindi il motivo è tutto li. Troveremmo forse “cattivi” due maschi del branco che combattono per la supremazia, la possibilità di procreare a piacimento e per il fatto che, con la forza bruta, si prendono tutto ciò che vogliono?

    La forza bruta domina tutta la natura e non ci siamo ancora staccati dai due impulsi di cui è lo strumento migliore: sopravvivenza e riproduzione. Quando governeremo queste due cose con uno strumento differente dalla forza saremo veramente sapiens. Per ora quando scopriamo qualcosa che può avvantaggiarci come specie sulle altre, poi ce ne serviamo per opprimere quelli della nostra.

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    Pubblicato da cavallogolooso | 12 novembre 2012, 2:03 am
    • Molto, molto interessante. Mi offri degli spunti niente male, alcuni Jarediamondiani, altri meno. Questa sera, se sopravviverò alla riunione di condominio (e relativa egognanzìa) pubblicherò il seguito del racconto.

      Premetto da subito che, per necessità narrative, ho semplificato – mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa: non è ovviamente una semplice questione di “bianchi” e “neri”. Di tonalità ce ne sono molte di più.
      Dalla parte dei tecnicamente “vincenti” la storia ha messo gli europei (e i loro discendenti iuessei e australiani bianchi) e fondamentalmente cinesi e giapponesi. Il futuro vedrà probabilmente altri primati (indiani, brasileri, e chilosà), ma di fatto, finora, chi l’ha avuta vinta sono questi. Quindi “bianchi e gialli vs. neri” è una agghiacciante semplificazione, che però risparmia a chi legge tutto un pippone etnografico francamente pezizzimo.

      Sulla natura fondamentalmente malvagia dell’uomo non so che dire, se non parafrasasre Jessica Rabbit: “Non siamo cattivi, è che ci disegnano così”. Ovviamente, è solo un modo per sdrammatizzare. Attendo argomenti più solidi da preti, rabbini, ulama, lama senza “u”, e associati.

      Grazie per il contributo!

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      Pubblicato da Niarb | 13 novembre 2012, 10:31 am
  3. Mah, sono in un momento ipoglicemico e nichilistico, perciò non ce la faccio ad approfondire come fa Cavallogoloso ma solo a postare una cavolata.
    Questa: se penso alla storia delle sopraffazioni, del colonialismo dell’uomo bianco (Cavallogoloso dice non solo bianco ma vabbè il colonialismo ed il neocolonialismo delle carte Visa alternate a bombe intelligenti è bianco) provo orrore. Ma se penso al buon selvaggio che vive come i nonni dei nonni dei nonni mi dico: che palle!
    Non ci potrebbe essere un modo di vita un po’ più curioso e stimolante che non rompa però gli zebedei a nessun altro popolo?

    Mi piace

    Pubblicato da elisabetta | 12 novembre 2012, 10:52 pm
    • Personalmente, sono anni che, ogni volta che vado in vacanza, calcolo quanto spendo al giorno. Poi moltiplico per 365,4 e poi per il numero di anni che, con una botta di ottimismo, mi restano da vivere.
      Appena il mio conto in banca raggiungerà quella cifra, prometto che descriverò con tutti i dettagli la ricetta Afterfindus per una vita “curiosa, stimolante e zebedei-safe”! 🙂

      Mi piace

      Pubblicato da Niarb | 13 novembre 2012, 10:35 am

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