Umanamente

Le cose stupide che rendono più intelligenti. O forse il contrario.

C’è questo tizio, là fuori, che ha deciso di sconvolgermi l’esistenza.
Ha scritto addirittura un libro, il tizio, per dimostrarmi che non sono altro che un vecchiaccio bilioso, che non ha mai capito un granché, e che buona parte delle mie convinzioni sono, letteralmente, pattume.

Beh, non è mica una cosa gentile. Ormai ho una certa età, i miei bei chiodi fissi, e per mettermi lì a riprogrammare il cervello, voglio dire, non so mica se c’è tempo.

Io come la penso l’ho già detto tempo fa: mi pare che ci siano in giro sempre più deficienti. E il trend per il futuro non fa presagire niente di meglio.

Con questo non intendo aggrapparmi all’idea frusta e demodé che nel passato ci sia stata una fantasmagorica età dell’oro, tutta latte, miele e ninfe seminude che passavano le giornate a danzare nelle radure – usando tra l’altro le siringhe non per bucarsi, ma per far musica.
Però resto convinto che, a causa della montante ignoranza umana, gli anni a venire saranno molto meno rose e fiori di quelli che abbiamo vissuto e che ci illudiamo di stare ancora vivendo.

 
E invece, a quanto pare, mi sbaglio.
Arriva questo Steven Johnson e dice: “Tu non cogli, tontolone. Le nuove generazioni sono molto più sveglie e intelligenti di quelle che le hanno precedute. Compresa la tua. E te lo posso dimostrare.”
 

 
E me lo dimostra, il tipo.
Ci scrive su un intero libro, per dimostrarmelo.

Per dimostrarmi che, contrariamente alle mie più radicate convinzioni, videogiochi, telefilm, e (aaahhhh!) reality show (aaahhhh!) sono straordinari veicoli di affinamento dell’intelligenza e di miglioramento intellettuale dell’individuo.
Pensa te se sono indietro. Io che li consideravo armi di rincoglionimento di massa…
 

Steven Johnson1E invece Steven Johnson la spiega così.
I videogiochi di oggi, dice, paragonati a quelli pioneristici degli anni ’80, hanno un livello di complessità che è come paragonare gli scarabocchi delle grotte di Lascaux ai fumetti di Andrea Pazienza. Come accostare “L’isola del tesoro” a “L’isola del giorno dopo” di Umberto Eco.

Che poi in effetti, a proposito di isole, dopo sei stagioni di “Lost” mi era già sorto il dubbio che la narrazione asincrona, parallela e spiraliforme usata per raccontare le avventure della combriccola dei sopravvissuti fosse un filino al di là delle mie capacità cognitive abituali. Ma credevo fosse un caso.

Dopotutto, i giornali che leggo ogni giorno sono le fotocopie precise di quelli di trent’anni fa. Stesse balle, stessi bisticci, stesse promesse. Stessa gente. E soprattutto stessi problemi, tutti perfettamente identici e intonsi dall’epoca in cui bagnavo il letto, e raccontavo a mia mamma che avevo sudato.

 
Invece, sostiene Steven Johnson, c’è un trend. Per gustare le varie forme di intrattenimento che il mondo moderno ci mette sul vassoio, dice, occorre un livello di raffinatezza intellettuale molto superiore rispetto a un tempo.

A titolo di esempio, racconta della volta in cui introdusse il suo nipotino di sette anni alle meraviglie di Sim City 2000, il leggendario simulatore di città che ti permette di sfogare le tue ansie di potere costruendo edifici, linee elettriche, condotte fognarie, ponti e rotonde, per poi angariare i tuoi cittadini con leggi e ordinanze variamente dispotiche.
Dopo circa un’ora di gioco, Johnson stava cercando di ridare slancio a un quartiere industriale inesorabilmente in declino. Mentre rifletteva sul da farsi, il nipotino si cavò le dita dal naso e disse, con la massima tranquillità: “Secondo me bisogna abbassare le aliquote delle imposte industriali.”

A sette anni. Con la vocetta da Zecchino d’Oro. Senza aver mai visto un’industria (o un’aliquota) in vita sua.
Ecco, conclude Johnson. Per aver ragione di un videogame moderno occorre essere in grado di assorbire ed elaborare una quantità di informazioni complesse e in continua interazione, che in PacMan, semplicemente, non c’erano.

Effettivamente io, ai miei tempi, ho passato ore a far rimbalzare una pallina (quadrata) contro un muro di mattoncini luminosi. Colpito un mattoncino, bip, spariva.
Sparito anche l’ultimo mattoncino, in effetti non capitava nulla di particolarmente complesso, o rivoluzionario, o creativo. Il muro si ricomponeva, identico al precedente, e io ricominciavo a palleggiare.
Tutto questo non avrà favorito la formazione di chissà quali sinapsi nel mio cervello, è vero, però mi ha egregiamente preparato allo sviluppo della vita politica del mio paese. Butta via.

 
In ogni caso, sui videogiochi probabilmente ha ragione Johnson. Diventano sempre più complessi, più articolati, più specifici. Serve capire la trama, è necessario fare delle scelte, occorre sperimentare, riflettere e interpretare. Assomigliano sempre di più a una specializzazione universitaria e sempre meno a un modo per ammazzare il tempo in attesa che la pasta sia pronta da scolare.

Allora forse dovremmo parlare dei reality show.
Qui però dovete scusarmi. Non riesco a parlare di reality show senza che mi assalga quella sensazione di quando in Svezia mi hanno aperto sotto al naso un barattolo di aringhe marcite. E’ più forte di me.
Johnson invece riesce a parlarne con la precisione e la freddezza di un coroner. E fa notare la distanza tra i primi esperimenti di genere (a quanto pare basati esclusivamente su volgarità e voyeurismo) con i più raffinati (o Signore perdonami) esempi contemporanei.
Ma l’olezzo di aringa putrida è troppo forte, i polpacci non mi reggono, per cui mi scuso e passo oltre.
Salto dritto ai telefilm.

 
Ecco, anche sui telefilm in effetti qualcosina si poteva intuire.
Appartengo a una generazione che ha fatto merenda con il sottofondo di quattordicimilaseicentosettanta puntate del tenente Colombo, tutte diverse ma tutte uguali, come le bolle di sapone. Nella primi fotogrammi c’era il delitto, e nei trentanove minuti seguenti c’era il tenente che senza la minima esitazione si francobollava al gonnellino del colpevole, e gli rompeva talmente le balle che alla fine questo crollava e confessava tutto.
Mai un dubbio, mai un colpo di scena, mai una trappola logica. Una sceneggiatura in ciclostile, uno stampino narrativo preciso e prevedibile come i rintocchi della mezzanotte.

I polizieschi moderni, indubbiamente, sono molto più articolati. Se uno riesce ad andare oltre l’inevitabile autopsia con dissezione dei principali organi interni, e all’altrettanto inevitabile interrogatorio dell’informatore chiave al bancone di un locale di lap-dance, il resto è sicuramente meno scontato.

 
Johnson, che deve avere un background scientifico di qualche tipo, arriva addirittura a confrontare la complessità dei telefilm utilizzando un grafico di sua invenzione. Non sapendo come altrimenti chiamarlo, lo battezzo arbitrariamente tramogramma.

Da “Tutto quello che fa male ti fa bene” di Steven Johnson.

Nel primo tramogramma, si vede lo schema caratteristico di una puntata tipica di “Starsky & Hutch”, glorioso intrattenimento degli anni senza spread.
Ogni quadratino è una unità di tempo, e l’insieme dei quadratini, da sinistra a destra, rappresenta lo svolgersi di una puntata. I telefilm di “Starsky & Hutch” si aprivano sempre su una qualche scena, comica o romantica, che col resto della storia non c’entrava niente. Nel tramogramma, è il quadratino solitario sulla prima riga.
Poi cominciava la storia vera e propria, che occupava tutta la puntata (la seconda riga).
In chiusura di telefilm, la trama tornava per un attimo sulla storiella iniziale, giusto per segnalare allo spettatore che, per oggi, “that’s all, folks“.

Insomma due trame, una principale e una di contorno, alternate con uno schema ben preciso.

 
Dieci anni più tardi, i telefilm della serie “Hill Street giorno e notte” buttano per aria tutto. Ci sono molte trame, tutte sovrapposte, e la narrazione balza continuamente dall’una all’altra.
Il secondo tramogramma lo mostra in modo inequivocabile. Ci sono molte più righe (pardon, linee narrative), e a ciascuna sono dedicati solo pochi minuti. E’ il cervello dello spettatore che deve stare attento ed annodare i fili giusti.

 
In seguito, spuntano fuori intrecci anche più complessi.
Nel terzo tramogramma è rappresentata una puntata dei “I Soprano”. Non ho mai visto “I Soprano”, ma dopo aver letto il libro di Steven Johnson ho capito che, senza un’adeguato manuale e ore e ore di ripetizioni preventive, è inutile che mi cimenti nell’impresa.

 
A questo punto, lo confesso, questa faccenda dei tramogrammi mi ha agganciato.
E anche se sono stato allevato a suon di videogiochi senza trama e di telefilm di “Starsky & Hutch”, non sono una creatura passiva. Approfittando di un pomeriggio di febbre equina, ho acchiappato un DVD recente e mi sono lanciato anch’io nella costruzione di un tramogramma.
 

Cloud_Atlas_PosterSolo che mi è andata male. Potevo beccarne uno più semplice, per cominciare.
E invece sono incappato in “Cloud Atlas“, opera monumentale di Tom Tykwer e dei fratelli Wachowski, anno domini 2012.
Quasi tre ore di film, una trama che dire che è incasinata non rende l’idea. Sono sei storie sovrapposte, spesso con gli stessi attori ma ambientate geograficamente e temporalmente quanto più lontano possibile. Una roba che fa sembrare “Pulp Fiction” lineare come una favola di Esopo.

Forse è vero che non sono poi così furbo.

 
In ogni caso, ecco il mio tramogramma.
Le sei linee narrative sono le seguenti:

  1. Anno 1849: la traversata dell’Oceano Pacifico di un poveraccio che il medico di bordo cerca di avvelenare;
  2. Anno 1936: le traversie emotive e professionali di un aspirante musicista inglese bisex e birichino;
  3. Anno 1973: una bella giornalista americana indaga sui segreti di una centrale nucleare;
  4. Anno 2012: un vecchio editore fallito e un po’ rinco viene internato con l’inganno in una casa di riposo;
  5. Anno 2144: in un mondo che Blade Runner in confronto è il villaggio dei Puffi, una hostess di fast-food programmata geneticamente per essere un automa si rivolta contro il Sistema;
  6. Anno non chiaro, comunque dopo una catastrofe nucleare: l’umanità postatomica è divisa tra una maggioranza semineolitica, ignorante e violenta, e un ristretto manipolo di Eletti, ipertecnologici, saggissimi e strafichi. Ovviamente, c’è un’Eletta bona che ha bisogno della collaborazione del troglodita brutto per una missione di vitale importanza.
  7. Cloud Atlas AF oriz

    Ecco qua. Ho formattato il tramogramma in senso orizzontale, in modo che sia confrontabile con quelli di Steven Johnson. I suoi però coprono il tempo di un telefilm, una quarantina di minuti. Il mio quasi tre ore, quindi va a capo due volte.
    Vorrei che notaste la differenza, che apprezzaste il dettaglio. A tal fine, lo ripubblico qui sotto in tutto il suo fulgore, orientato in verticale. Vi rendete conto del lavoro certosino?

    Se volete, ve lo potete scaricare e stampare in scala 1:1 su un rotolo di carta igienica. Se ve lo accetta la stampante, per me va bene.

    Cloud Atlas AF vert

     
    Ora, lo so cosa state pensando. Ma non è vero.
    Anzi, i medici dicono che sto molto meglio, faccio progressi, e presto mi toglieranno questo fastidioso camicione e mi slegheranno entrambe le braccia.

    In attesa di ciò, mi abbandono alla riflessione del giorno.

     
    Okay, Steven, siamo d’accordo. Con il passare degli anni, gli strumenti di comunicazione si sono fatti sempre più avanzati, e il modo di raccontare storie è sempre più sofisticato. Non vedo però cosa c’entri con l’intelligenza.
    Padroneggiare un oggetto complesso non significa essere intrinsecamente migliori.

    Marconi usava un complicato telegrafo artigianale che ci voleva un secolo per dire “ciao”, mentre noi spediamo messaggi con foto e video con un semplice comando vocale. Comunichiamo meglio e più in fretta. Ma ci diciamo cose più intelligenti? Mmm.

    E le automobili di oggi hanno radar e sensori e sterzo assistito e cambio automatico e navigatore GPS e computer di bordo. Le può guidare anche un cretino.
    Altro che le vecchie 500 senza servosterzo e con cambio non sincronizzato. Quelle un cretino non riuscirebbe nemmeno a muoverle.

    E Leonardo da Vinci dipingeva con un pennello di cinghiale e dei colori fatti in casa. Faceva dei quadri bellissimi, certo, ma pur sempre dei quadri. Lo capisce anche un bambino che si tratta di pitture, e non di fotografie.
    Oggi invece qualunque frustrato pippaiolo può prendere la foto di una sua amica e gonfiarle le tette in modo assolutamente realistico con Adobe Photoshop CS Extended – Professional Edition – Cloud Enabled – Turbo Intercooler. Ma lui resta uno sfigato, e Leonardo un genio.

     
    Steven, questo in cui viviamo è un mondo complesso. Più complesso di quello del passato.
    E già che ci siamo, è anche più tecnologico, più sofisticato, più intercorrelato, e più veloce.
    Ma è tutto lì.
    Non è un mondo più intelligente. Non è migliore.
    E soprattutto noi, che ci abitiamo sopra, non siamo più intelligenti. Né migliori.

    Abbiamo delle fantastiche clave digitali, e un cervello che è vecchio di un milione di anni.
    E che nell’ultimo milione di anni è rimasto identico a sè stesso, mentre il resto, fuori, cambiava.

     
    Però sai che ti dico? Voglio darti ragione.
    Voglio sentirmi un fenomeno. Voglio cambiare il mondo.
    Voglio creare, voglio costruire, voglio migliorare la vita di mille persone.
    Di un milione, di un miliardo di persone.
    Voglio dimostrare che l’evoluzione tecnologica non è avvenuta invano, diavolacci.

    Per cui ti saluto, e vado a farmi una partita a Sim City.

     

    Scongelato da “Tutto quello che fa male ti fa bene” di Steven Johnson, 2005. Sottotitolo: “Perché la televisione, i videogiochi e il cinema ci rendono più intelligenti”.

     


    N.B. A proposito. Per scrivere questo articolo mi sono guardato “Cloud Atlas” con l’attenzione che gli Alleati riservavano ai cablogrammi intercettati ai nazisti. Ho scomposto la trama con una minuzia che se se ne accorge l’orologiaio sotto casa mi offre un lavoro. Ho analizzato l’intreccio neanche fosse il referto di una mia TAC.
    Eppure, ancora mi sfugge il messaggio del film.

    O qualcuno mi dà una mano, o mi toccherà comprare il libro…

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Discussione

17 pensieri su “Le cose stupide che rendono più intelligenti. O forse il contrario.

  1. Randall ci fece questa roba qua, a suo tempo: http://xkcd.com/657/. E si: anche lui ogni tanto veste le camicie con l’abbottonatura dietro…

    Mi piace

    Pubblicato da Barney Panofsky | 28 maggio 2013, 10:09 pm
  2. Sostazialmente … concordo. Poi bisognerebbe andare a vedere cosa “va per la maggiore”: di certo NON Cloud Atlas. Di certo non strumenti sofisticati che RICHIEDONO sofisticazione e preparazione, di certo NON film, telefilm e programmi che richiedano un livello particolare. Del resto non sarebbero di successo. Non farei questa misurazione sull’intrattenimento di massa. Ma sugli STRUMENTI si. E l’informatica e i cellulari potrebbero starci. L’automobile, nell’esempio che hai fatto tu.

    Ma soprattutto i rapporti sociali e la partecipazione alla vita politica a QUALSIASI livello. Quella in cui la gente si mette a parlare con altra gente, non si scanna, non si incazza troppo, ragiona, ragiona ancora, trova un compromesso e DECIDE e poi controlla ogni giorno che tutto vada bene. Che sia un condimonio, un cortiletto, un piccolo paese, un quartiere, il consiglio di fabbrica, una riunione sindacale, una squadra di lavoro …

    Ma tornando all’intrattenimento… non sono affatto sicuro che quello che va alla grande coinvolga qualcosa di più di ciò che un “giovanotto” avventuroso e testosteronico ha sempre usato da 3000 anni a questa parte. Ed oggi pure le femminucce.

    Ma, ancora di più: non facciamo di tutta l’erba un fascio. Ci sono casi e casi. Spesso i casi che ci piacerebbero non li vediamo, non si fanno notare, sono da un’altra parte. Come “i giovani sono maleducati” o impreparati o … altre cose. Nel mio lavoro BIS mi è capitato di vedere interi istituti scolastici con comportamenti opposti. Da una parte i giovani non valevano un cazzo, dall’altra erano preoccupanti da quanto bravi sembravano essere (educati, intelligenti, preparati…).

    Ora però non so se leggere il libro… direi di no: ti ringrazio per avermelo evitato! 🙂

    Mi piace

    Pubblicato da cavallogolooso | 30 maggio 2013, 4:31 pm
  3. Non riesco a fare un commento adeguatamente intelligente. Per me già Lady Oscar era abbastanza complicato ed in-tramogrammabile. Dico solo che capisco adesso perché il tuo psichiatra è sempre così contento e benestante.
    A parte le sciocchezze, complimenti. Non per il tramogramma di Cloud Atlas (quello mi ha inquietato e da ora mi rifiuterò di stare da solo con te in una stanza). Complimenti (sempre) per come scrivi. Anche questo è da dieci e lode.

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    Pubblicato da Haldeyde | 2 giugno 2013, 9:55 pm
    • La prossima volta che saremo soli in una stanza ti farò il tramogramma di Lady Oscar, ma con le piume di struzzo e tanto burro. Non dimenticare gli stivali e il compressorino da barca.
      …e se Jeeg Robot d’Acciaio ha la serata libera, buttiamo dentro anche lui.
      😉 Love you, Hal…

      Mi piace

      Pubblicato da Niarb | 4 giugno 2013, 5:17 pm
  4. Decisamente, non potevo piantare a metà questo discorso.
    Voglio dire, non potevo non tramogrammare anche il libro, “L’atlante delle nuvole” di David Mitchell.
    Ed ecco qua.

     

     
    Mooolto più lineare del film, vero?
    Talmente chiaro, che finalmente ho colto le connessioni tra le varie storie. Bellissimo.
    E ora, rivedere il film sarà una delizia.

     
    Per la cronaca, se non avete tempo per il libro, c’è il trailer esteso del film (cinque minuti e 41 secondi!) che rimette le cose in fila allo stesso modo. E le tre ore di montaggio analogico, come per incanto, assumono un significato.

    Buon divertimento!

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    Pubblicato da Niarb | 22 settembre 2013, 6:54 pm
  5. ciao,
    alla fine concordo su 2 punti:
    1. più complesso non vuole dire più intelligente
    2. da parte di un giovane, essere immerso in mondo più complessi probabilmente lo rende più a suo agio in tale complessità

    Il problema di fondo resta lo stesso: cosa intendiamo con “intelligenza”?
    Un uomo primitivo che associò calore e metallo e ne ottenne un coltello era o no geniale?
    Leonardo nel disegnare una sua, vista oggi, semplice macchina era o no geniale?
    Einstein nello scardinare il tempo assoluto con la sua relativà era o no geniale?
    Goedel, se ricordo bene a soli 28 anni, con il suo principio era o no geniale?

    Fortunatamente cresciamo sulle spalle dei giganti che, grazie a Dio, sono esistiti prima di noi.

    Daniele Vanoncini

    Mi piace

    Pubblicato da dv8888 | 24 ottobre 2013, 11:07 am
    • Perfettamente d’accordo. Alla fine, qualsiasi definizione di intelligenza lascia dei buchi.
      E’ solo sull’assenza di intelligenza che è facile mettersi d’accordo.

      Ed è anche vero che il progresso non è altro che una piramide di nanetti e qualche occasionale gigante. Tutti insieme, si sale sempre più in alto.
      L’importante è che quelli in cima al mucchio ne approfittino per guardare avanti, e non sprechino tutta quella fatica solo per mandare dei poke con Facebook… 😉

      Grazie del commento, Daniele!

      Mi piace

      Pubblicato da Niarb | 24 ottobre 2013, 10:02 pm

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