Mappamondo, Umanamente

Felici da morire – parte 3

Per qualche misterioso motivo, l’articolo più frequentato di questo blog è “Felici da morire – parte 2“, che riporta la classifica dei tassi di suicidi per nazione in base alle classifiche OCSE. O tempora, o mores.

Beh, l’OCSE ha pubblicato l’aggiornamento 2013 del suddetto rapporto, per cui mi pareva doveroso adeguarmi. I dati sono aggiornati al 2010, e i paesi esaminati sono 36, otto in più rispetto alla statistica del 2006.

 
Tendenze generali:

1) In tutti i paesi del mondo il tasso di suicidi dal 2006 al 2010 è aumentato, con la sola eccezione della Finlandia. La Corea, capoclassifica già nel 2006, consolida la sua poco invidiabile leadership con uno sbalorditivo incremento del 56%. Colpa della battaglia Apple-Samsung, o magari del ciccione guerrafondaio?

2) In tutti i paesi investigati, il tasso di suicidio degli uomini è in media quattro volte superiore a quello delle donne. Mi scapperebbe una battutaccia sulla possibile correlazione con l’altro triste fenomeno dei femminicidio, ma temendo di essere frainteso credo che sia meglio lasciar perdere.

 
Ecco le cifre. I valori sono espressi come numero di suicidi / anno ogni 100.000 persone.
Le barre blu scuro rappresentano i dati del 2006 (quelli già pubblicati nell’articolo precedente).
Le barre azzurro chiaro rappresentano l’incremento dei quattro anni successivi.

Le new entries hanno ovviamente solo la barra azzurra, e la sola Finlandia ha un incremento negativo (rosso), come detto sopra.

Suicidi (dati OECD) updated

Mancano ancora i dati relativi al periodo 2011-2013, che probabilmente saranno ancor più drammatici di quelli qui riportati. Occorrerrà aspettare ancora un po’.

In ogni caso, il trend 2006-2010 è già abbastanza eloquente: a detta di una fetta sempre crescente di popolazione, il mondo non sta diventando un posto più piacevole in cui vivere.

Spero vivamente non siate d’accordo.

 

Fonte dei dati: OECD Factbook 2013: Economic, Environmental and Social Statistics.

 

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Discussione

15 pensieri su “Felici da morire – parte 3

  1. L’ha ribloggato su BarneyPanofskye ha commentato:
    Lo scrissi pure io tempo fa, e faterei deus ribadisce, dati alla mano, che i maschietti si suicidano molto più delle femminucce. In tutto il mondo…

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    Pubblicato da Barney Panofsky | 25 aprile 2013, 10:38 pm
  2. qualcuno mi ha detto che i cristiano-cattolici si suicidano MOLTO MA MOLTO MENO di tutti gli altri (quasi niente anzi), ora ti lancio una sfida: esistono statistiche che possano avvalorare questa tesi? ..questo perchè mi sembra un’affermazione un po superficiale oltre al fatto che le poche persone di mia conoscenza che hanno fatto tale gesto erano proprio cristiano-cattoliche

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    Pubblicato da lisa | 26 aprile 2013, 12:00 pm
    • Beh, se Francia e Polonia sono rispettivamente al 9° e 10° posto in classifica, direi che per motivi meramente statistici qualche cattolico lì dentro ci debba senz’altro essere.
      Ma è una sfida interessante, la accetto sicuramente.

      Solo, ogni tanto per cortesia passate a Londra a controllare che non mi abbiano appeso a una trave sotto al ponte dei Frati Neri… Non sarebbe la prima volta che succede…

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      Pubblicato da Niarb | 26 aprile 2013, 12:14 pm
    • Non era la tesi del sociologo Durkheim? Ricordo pochissimo, se non che – secondo lui – il cattolicesimo ti fa sentire maggiormente parte di una comunità, mentre le sue varianti spingolo l’uomo a comportarsi in maniera più indipendente e, dunque (sempre secondo il sociologo), più portato a farla finita.

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      Pubblicato da Gianluca Bartalucci | 26 aprile 2013, 2:56 pm
      • Cito la pagina wikipedia su Durkheim (quello che dicevo io si trova in fondo):

        “Lo studio del suicidio

        Uno degli studi più famosi di Durkheim riguarda il suicidio (Il suicidio. Studio di sociologia – 1897): pur sembrando in apparenza un atto soggettivo, imputabile a incurabile infelicità personale Durkheim mostra come ci possano essere dei fattori sociali che esercitano un’influenza determinante al riguardo, soprattutto ciò che egli chiama anomia, rottura degli equilibri della società e sconvolgimento dei suoi valori.

        Durkheim scarta le spiegazioni del suicidio di tipo psicologico; ammette che vi possa essere una predisposizione psicologica di certi individui al suicidio, ma la forza che determina il suicidio non è psicologica, bensì sociale. Elenca i modi di suicidio in quattro tipi:

        il suicidio egoistico si verifica a causa di una carenza di integrazione sociale. Durkheim aveva analizzato le categorie di persone che si suicidano, e aveva notato che in presenza di legami sociali forti (appartenenza a comunità religiose, matrimonio, ecc.) il tasso di suicidio è notevolmente ridotto, se non assente. Secondo Durkheim dunque, il suicidio di tipo egoistico è causato dalla solitudine con la quale l’individuo non integrato si trova a dover affrontare i problemi quotidiani.
        il suicidio altruistico si ha quando la persona è troppo inserita nel tessuto sociale, al punto da suicidarsi per soddisfare l’imperativo sociale (ricordiamoci che per Durkheim è la società che crea gli individui, e non viceversa) come esempio c’è la vedova indiana che accetta di esser posta sul rogo che brucerà il corpo del defunto marito, o il comandante di una nave che sta per affondare, il quale decide di non salvarsi e di morire affogando insieme alla nave.
        il suicidio anomico, tipico delle società moderne, sembra collegare il tasso dei suicidi con il ciclo economico: il numero dei suicidi aumenta nei periodi di sovrabbondanza come in quelli di depressione economica.
        il suicidio fatalista, è tipico di un eccesso di regolamentazione, di una sorta di dispotismo morale esercitato dalle regole sociali, di un eccesso di disciplina che chiude gli spazi del desiderio, come avveniva nel Giappone feudale quando i Samurai si suicidavano per lavare col sangue l’onta di un’umiliazione o di una sconfitta.

        La corrente suicidogena come Durkheim l’ha chiamata, presuppone anche un coefficiente di preservazione, cioè delle condizioni soggettive che diminuiscono o aumentano la probabilità del suicidio. Per esempio, Durkheim ha notato che i cattolici hanno un coefficiente di preservazione maggiore rispetto ai protestanti (in pratica si suicidano di meno) e che le donne sposate hanno un coefficiente di preservazione più alto rispetto alle nubili; tuttavia, in questo caso, superata una certa età, il coefficiente di preservazione si tramuta nell’opposto, divenendo così coefficiente di aggravamento, in quanto le donne di età avanzata non sono più soddisfatte dall’avere un marito, quanto dall’avere dei figli.”

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        Pubblicato da Gianluca Bartalucci | 26 aprile 2013, 2:58 pm
        • Grazie Gianluca, questo si che è vero crowdsourcing (“gioco di squadra”, per chi non avesse fatto latino).
          Indicazione preziosa, la tua.
          Devo dire però che, messa così, non è che mi convinca molto:

          “…Durkheim ha notato che i cattolici hanno un coefficiente di preservazione maggiore rispetto ai protestanti (in pratica si suicidano di meno) e che le donne sposate hanno un coefficiente di preservazione più alto rispetto alle nubili…”

          E da cosa l’ha notato? Analisi statistiche? Interviste? Visioni?
          E in ogni caso, o c’è dietro una motivazione, o è una semplice bizzarria statistica.
          Magari spulciando dalle statistiche risulta che si sono tolti la vita negli anni più salumieri che giocatori di scacchi, ma non per questo c’è dietro un significato. Qualcuno deve pur essere maggioranza.

          Mi sembra più razionale la tua sintesi, nel primo post:

          “il cattolicesimo ti fa sentire maggiormente parte di una comunità, mentre le sue varianti spingono l’uomo a comportarsi in maniera più indipendente”.

          Razionale, ma non capisco: esiste forse un effetto-pecora che preserva da insani propositi, spingendo le masse a restare nel gregge e a non far follie?

          Non ci credo, anche se mi andrebbe benone.
          Essendo ignorante come un merinos, sarebbe una specie di garanzia.

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          Pubblicato da Niarb | 29 aprile 2013, 5:42 pm
          • Parlo di roba che ho letto (o studiato, ma talvolta la differenza è sottile) più di 10 anni fa. Credo che la ricerca di Durkheim sul suicidio sia una delle prime ricerche sociologiche in assoluto basate su criteri quantitativi, quindi probabilmente basò le sue ipotesi su (rudimentali) analisi statistiche. La pagina Wikipedia che ho citato in effetti non è chiarissima. Quel che io dico più sotto è una sintesi di quello che mi pare(va) il pensiero di Durkheim, quelle che erano le sue conclusioni, e non so quanto possano esser condivisibili. Se ne parla anche qui: http://snipurl.com/26xxr8q e qui: http://web.tiscali.it/nadcar/durkheim_il_suicidio.htm

            Durkheim ne “Il suicidio” dice:

            “Ambedue [cattolicesimo e protestantesimo] vietano il suicidio con la stessa precisione. […] La sola differenza essenziale tra cattolicesimo e protestantesimo è che il secondo ammette il libero esame in proporzione più larga del primo. […] Il protestante […] è l’autore precipuo della sua fede. Gli è stata messa in mano la Bibbia e nessuna interpretazione gliene è imposta. La stessa struttura del culto riformato rende sensibile questo stato di individualismo religioso. Ad eccezione dell’Inghilterra, il clero protestante non è gerarchizzato in nessun luogo e il prete, come il fedele, fa capo solo a se stesso e alla sua coscienza. […] Il libero esame è di per sé effetto di un’altra causa. Quando esso appare, quando cioè gli uomini, dopo aver accettato per lunghi anni la tradizione costituita, invocano il diritto a farsela da soli, ciò non è tanto per le attrattive intrinseche del libero esame, che arreca più dolori che gioie, bensì perché hanno ormai bisogno di questa libertà. E questo bisogno può avere una sola origine: il crollo delle credenze tradizionali. Se esse si imponessero sempre con la stessa forza, nemmeno si penserebbe a farne la critica.” (Ibidem, pp. 198-199)

            “Giungiamo perciò alla conclusione che la superiorità del protestantesimo in materia di suicidio proviene dal fatto che la sua Chiesa è meno fortemente integrata della Chiesa cattolica.” (Ibidem, p. 201)

            “Insomma, l’influenza benefica della religione non è dovuta alla speciale natura delle sue concezioni. Se protegge l’uomo dal desiderio di distruggersi, non è perché gli predica con argomenti sui generis il rispetto della sua persona, ma perché essa è una società. Ciò che costituisce questa società è l’esistenza di un certo numero di credenze e di pratiche comuni ad ogni fedele, tradizionali e quindi obbligatorie. Più numerosi e forti sono questi stati collettivi, più la comunità religiosa è fortemente integrata e maggiore è la sua virtù preservatrice. Il dettaglio dei dogmi e dei riti è secondario. È invece essenziale che essi siano di natura tale da alimentare una vita collettiva di sufficiente intensità. È proprio perché la Chiesa protestante non ha lo stesso grado di consistenza delle altre che essa non ha sul suicidio la medesima azione moderatrice. […] Ma se la religione preserva dal suicidio, solo in quanto e nella misura in cui è una società, è probabile che altre società possano produrre lo stesso effetto. Osserviamo perciò, da questo punto di vista, la famiglia e la società politica.” (Ibidem, pp. 213-214)

            “I fatti sono dunque ben lontani dal confermare la concezione corrente secondo la quale il suicidio sarebbe dovuto più che altro agli oneri della vita, perché esso diminuisce, invece, coll’aumentare di questi oneri. È questa una conseguenza del malthusianesimo non prevista dal suo inventore.” (Ibidem, p. 247; 249)

            “Questi fatti comportano un’unica spiegazione, che le grandi scosse sociali, come le grandi guerre popolari, ravvivano i sentimenti collettivi, stimolano lo spirito di parte come il patriottismo, la fede politica, la fede nazionalistica e, concentrando le attività verso un unico scopo determinano, almeno per un periodo, una più forte integrazione sociale. Non alla crisi è dovuta la salutare influenza di cui abbiamo stabilita l’esistenza, ma alle lotte di cui questa crisi è la causa. Esse costringono infatti gli uomini ad avvicinarsi per far fronte al comune pericolo, e l’individuo pensa meno a se stesso e di più alla cosa comune. D’altronde si capisce che questa integrazione possa non essere solo momentanea, ma sopravviva a volte alle cause che l’hanno immediatamente suscitata, specie quando sia stata intensa. ” (Ibidem, p. 247; 249)

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            Pubblicato da Gianluca Bartalucci | 29 aprile 2013, 6:06 pm
          • Non ho parole. Sei un grandissimo!
            Se a ogni dubbio che mi tormenta trovassi qualcuno come te, che trova il tempo per dare risposte di questo livello…
            (Beh, per la verità qualcun altro c’è. Ad esempio, qualcuno con un avatar felino. Ma non solo.)

            Ad averlo saputo, avrei aperto un blog decinaia e decinaia di anni fa!!

            Grazie per la spiegazione. E’ molto interessante.
            Non so se risponda esattamente a quello che chiedeva Lisa – lei si riferiva a una presunta bassa affinità dei cattolici verso il suicido in generale, mentre lo studio che citi tu parla in maniera più specifica di una differenza tra cattolici e protestanti.

            Di certo, è stato molto istruttivo per me, che non avevo idea che esistessero riflessioni del genere sull’argomento.
            A questo punto sarebbe interessante capire se queste teorie possono in qualche modo essere utilizzate per aiutarci a comprendere a fondo il fenomeno, e magari pure ad arginarlo.

            Questa sì che sarebbe una maniera gloriosa di sciogliere una volta per tutte l’annosa questione: la sociologia è effettivamente una scienza, o è semplice filosofia da salotto con il pigiamino nuovo? 🙂

            Grazie ancora a Gianluca!

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            Pubblicato da Niarb | 30 aprile 2013, 5:05 pm
  3. Figurati, è stato più che altro un lavoro di taglia e incolla 😀

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    Pubblicato da Gianluca Bartalucci | 30 aprile 2013, 10:05 pm
  4. È chiaro che la crisi socio politica incalzante, con il risultato ormai giornaliero di fatti estremi e connubii di devianze tipo: “Prima faccio una strage e poi mi faccio uccidere (…suicidio)” mi ha portato a leggere questo blog, ma non solo, ha contribuito infatti un bio-videoclip lasciato da una Cittadina Italiana, ammalata di tumore al fegato che si è recata in una clinica Svizzera per un suicidio assistito e indolore.

    La cosa mi ha fatto rivivere un travaglio terminale durato un paio di anni della mia perduta consorte per lo stesso problema.

    È interessante il confronto delle religioni Cattolica/Protestante, a prescindere comunque dal freno dogmatico della religione Cattolica, io penso che vi sono altri fattori rilevanti che frenano gli Italiani, per la maggior parte cattolici.
    Questi fattori sono le convinzioni tipo: “Finchè c’è vita c’è speranza” e poi la voglia di misurarsi nella curiosità del domani: “Domani è un altro giorno si vedrà”, la sfida quindi nell’ inventarsi una ragione per vivere ed i mezzi per vivere o farsi bastare quello di cui si dispone.
    Non per ultimo ci vuole coraggio ed assenza di fantasia (Non si immagina lo spettacolo raccapricciante che ci si lascia dietro.) nel fare il gran salto nella tromba delle scale, la noncuranza verso il familiare prossimo, che rimarrà erede di un gesto simile e che segnerà la sua intera vita.

    Alla fine FEDE o NON FEDE la vita non è dell’uomo, dato che nessun uomo se l’è mai data da solo e quindi non la può togliere ad altri e tantomeno a se stesso.

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    Pubblicato da blobwp | 3 maggio 2013, 2:44 pm
    • Grazie per il tuo contributo, Blobwp, e grazie per aver voluto condividere con noi la tua storia.
      Sono anch’io convinto che la religione c’entri poco. Quello che mi piacerebbe capire è:

      1) Se davvero in questi anni il trend è in aumento. E per questo dovremo aspettare ancora qualche anno, per avere a disposizione dati indipendenti (tipo OCSE) da commentare.

      2) In caso i suicidi siano effettivamente in aumento, capire se davvero la responsabilità sia della crisi economica o piuttosto di qualche altro fattore. Personalmente, vedrei in pole position l’effetto della cultura contemporanea sulla nostra psiche. Parlo di TV e giornali che ti servono autopsie e morti violente a tutte le ore, e in cui nei talk show non c’è quasi mai un insegnante, uno scienziato, un imprenditore, un professionista… ma il criminologo non manca mai.

      Hai scritto parole molto belle. Quelle sul coraggio, sull’assenza di fantasia, sulla noncuranza, e sulle macerie che ci si lascia dietro. Complimenti per il tuo coraggio. In bocca al lupo, e forza!, dal più profondo del cuore.

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      Pubblicato da Niarb | 5 maggio 2013, 8:49 pm

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