EgoNomia, Mappamondo

L’economia delle catastrofi

Nell’articolo precedente vi avevo promesso di raccontarvi chi sono quei simpaticoni che godono come matti quando si verifica una catastrofe. Beh, vi ho mentito.

Cioè, per raccontarvelo ve lo racconto.  Ma non in questo articolo.

Non è per cattiveria (“Non sono cattivo. E’ che mi disegnano così“, Jessica Rabbit, 1988). Il fatto è che prima devo assolutamente parlarvi di Milton Friedman, del liberalismo e dei Chicago Boys.  Suona noioso, ma vedrete che non è così.  E se non vi racconto questo, lo piegone sui terremoti non sta su.

Se sapete già tutto sull’argomento, potete passare direttamente qui.  Se invece qualcosina vi sfugge, allora urrà, potete sfruttare questi appunti. Non saranno precisi come una Treccani rilegata in pelle umana, ma ehi, sono i miei appunti. Io l’ho capita così.

 

E’ spesso utile far cominciare tutto da una persona ben precisa. Perché anche se, di solito, non sono i singoli individui a fare la storia, ci sono sempre dei singoli più singoli degli altri che svettano sui contemporanei e incarnano al meglio le idee e le tendenze di moda. Tutti gli altri finiscono a fare i discepoli. O gli ultrà.

Il singolo a cui mi riferisco è uno dei più famosi ed influenti economisti del XX secolo. Si chiamava Milton Uomofritto (Friedman, per voi anglofili), 1912-2006, premio Nobel nel 1976, Presidential Medal of Freedom nel 1988, Cavaliere di I Classe dell’Ordine del Sacro Tesoro, e guru riconosciuto del capitalismo selvaggio degli anni ’80-’90.

Uomofritto è passato alla storia per il suo “Capitalism and Freedom” (Capitalismo e Libertà, del 1962), la bibbia dell’economia globale, un’opera che ha fatto innumerevoli proseliti, ed è forse stata quella che ha maggiormente contributo a plasmare la politica mondiale del tardo XX e del primo XXI secolo. Un libro accanto al quale “Mein Kampf” di Adolf Hitler ci fa spesso la figura di un sussidiario di quinta elementare.

 

A Milton Uomofritto non piaceva il concetto di Stato. Gli piaceva invece moltissimo il concetto di Mercato. Perché Friedman era intimamente convinto che il Mercato fosse un’entità incorporea intrinsecamente giusta, guidata con illuminata sapienza da una non meglio identificata “mano invisibile” che assicurava che qualsiasi cosa succedesse, fosse la cosa migliore possibile.

L’idea della “mano invisibile” non era di Friedman, per la verità (né di Diego Armando Maradona, ah ah ah), ma risale al padre dell’economia politica, Adam Smith, classe 1723, che però, poveretto, ne aveva dato una connotazione molto più soft. Fu quel fanatico di Uomofritto ad ammantarla di quei superpoteri e di quella preveggenza messianica che furono alla radice della maggior parte delle disgrazie occorse all’umanità dalla fine della Seconda Guerra Mondiale in poi.

Un tipo così, Milton.
 

Trickle Down

La visione del mondo di Friedman era piuttosto semplice: se si lascia il mercato completamente libero di agire, esso agirà per il meglio. E questo significa che produrrà magicamente ricchezza per tutti i suoi sacerdoti (banchieri, industriali, finanzieri, broker, e operatori economici in genere) e, di riflesso, maggiore agiatezza anche per tutti gli altri. E’ la cosiddetta teoria delle briciole, o “Trickle Down” (letteralmente: sgocciolamento). Se i ricchi diventano ancor più ricchi, dice la teoria, ai poveri, cui spettano per definizione le briciole, toccheranno briciole sempre più grosse. Prima di mettervi a ridere, tenete presente che un robot malvagio di nome Margaret Thatcher ci ha incantato la Gran Bretagna e mezzo mondo per oltre un decennio, con questa storia.

Visto l’ineccepibile meccanismo delle briciole, pensava Friedman, non ha senso prevedere meccanismi di supporto per le classi economicamente più deboli. Niente assistenza sanitaria, niente scuole pubbliche, niente indennità di disoccupazione, niente case popolari, niente welfare di alcun tipo: facciamo arricchire i più ricchi, e vedrai come se la spasseranno anche i poveracci.

Lo Stato, secondo Friedman, dovrebbe limitarsi a fornire esercito e polizia, in modo da garantire l’assoluta libertà del mercato da qualsiasi ingerenza o limitazione (i “lacci e lacciuoli”, come li definì qualche mente pellegrina nostrana). Free trade, free market (libero commercio, libero mercato): questa è la panacea per tutti i mali!

 
Ora, a questo punto potreste essere legittimamente confusi. Io, ammetto, lo sono.

Perché, accipicchia, cosa c’entra in tutto questo la libertà?

Di solito abbiamo un’idea diversa del concetto di “libertà”. C’è la “libertà” gridata da Mel Gibson nei panni di Braveheart mentre i boia di re Edoardo Plantageneto lo squartano sulla pubblica piazza. C’è la “libertà” che Che Guevara sognava per i campesiños di tutto il mondo. C’è la più tradizionale libertà di votare per chi si vuole, di credere nel dio che si preferisce, di fare il lavoro che più aggrada, di vestire come si vuole, e di accoppiarsi con chi si ritiene più opportuno, nei tempi e con le modalità più, appunto, libere.

C’è il free love, il free Tibet, il free Nelson Mandela, c’è la statuona arrugginita con la fiaccola e i cornini intorno alla testa. Tutto questo, di norma, è la libertà come la intendiamo noi omini standard.

Al contrario, la “libertà” cui facevano entusiasticamente appello personaggi come Milton Friedman, Ronald Reagan, Margaret Thatcher, George Bush padre e figlio, l’ineffabile Burlesquoni e compagnia cantante è tutta un’altra faccenda. E’ libertà di far soldi in barba a qualsiasi vincolo: legislativo, sociale, morale, etico. Il “libero mercato”, il “liberismo”, il “Free Trade” sono il sogno di poter accumulare ricchezza indefinitamente, senza regole, senza responsabilità, e senza che nessun rompiballe abbia la possibilità di mettere i bastoni tra le ruote.

E quindi, non facciamo confusione: sono due tipi di “libertà” completamente diversi. Sono due parole che hanno in comune solo le lettere, ma non il significato. Si tratta di un colossale equivoco semantico che dura da mezzo secolo, e che ha tratto in inganno popoli, nazioni e milioni di individui. Se avevate capito male, quindi, nulla di strano.

 
Friedman catalizzò intorno alla sua cattedra dell’Università di Chicago una folta schiera di simpatizzanti, una gagliarda congrega di economisti da combattimento che prese il nome informale di “Scuola di Chicago”, o “Chicago Boys“. Un nomignolo scanzonato che in decine di paesi del mondo suscita la stessa simpatia che il nome “Gestapo” suscita in Israele.

Lo spietato laissez-faire della scuola liberista di Chicago fece di Friedman una superstar, un’icona vivente per presidenti degli Stati Uniti, primi ministri britannici, oligarchi russi, dittatori del Terzo Mondo, segretari del partito comunista cinese, direttori del Fondo Monetario Internazionale, direttori della Federal Reserve americana, e palazzinari milanesi.

Nel mondo politico americano, il movimento neoliberista si cristallizzò in una frangia di estrema destra nota con il nome di “neocon”, o “neoconservatori”. Ma fermiamoci qua. Non rubiamo il lavoro a Wikipedia.

 
Ma ora siate lieti: il pippone è finito. Ora andate in pace. Perché con il prossimo pistolotto chiuderemo il cerchio, e metteremo finalmente in fila i terremoti, gli uragani, i micidiali Chicago Boys, e i due idioti che se la ghignavano durante il sisma de L’Aquila.

Per oggi vi lascio con una frase del mio personal trainer preferito, Legnosetto Allen: “Non sono i 6 milioni di ebrei che mi preoccupano. E’ che i record sono fatti per essere battuti.”

Buonanotte a tutti.
 
Immagini: il quadro è “Il banchetto degli ufficiali della milizia di San Giorgio”, di Frans Hals (1580-1666).
Il “Milton che frigge in padella”, invece, è mio.

 

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Discussione

5 pensieri su “L’economia delle catastrofi

  1. Grande Niarb, continua così, siamo in risonanza. Da tontolona a tontolone, prima o poi faremo qualche breccia in giro…

    E adesso un po’ di wikiniela (crasi di Wikipedia e Daniela) ;)))

    (dal greco κρᾶσις, “mescolanza”)

    (poffarbacco e perdindirindina!)

    La prima legge della termodinamica afferma che l’energia può essere trasformata da una forma all’altra, ma non può essere né creata né distrutta.

    La seconda legge afferma che tutti i processi naturali tendono sempre a far aumentare il disordine dell’Universo. Anche detta Legge dell’Entropia che è la misura del caos.

    Il terzo principio della termodinamica è un teorema più che un principio e non tutti i fisici lo accettano. Questo principio dice è impossibile raggiungere la temperatura dello zero assoluto mediante una qualsiasi sequenza finita di trasformazioni termodinamiche. Questo enunciato viene generalmente chiamato principio di irraggiungibilità dello zero assoluto: l’entropia ha un valore ben definito che dipende solo dalla degenerazione dello stato fondamentale.

    MA IN SINTESI VUOL DIRE CHE:

    PRIMO PRINCIPIO Non puoi vincere.

    SECONDO PRINCIPIO Non puoi averne di più.

    TERZO PRINCIPIO Non puoi abbandonare il gioco.

    Mi piace

    Pubblicato da dani2005dani | 31 maggio 2012, 9:40 am
    • Ooh, questo sì che è un commento. Anzi, un commmmmmento, con sei “emme”, come minimo.
      Non facevo discussioni di questo livello dai tempi di Princeton, quando passeggiavo con quei due crucchi, quello alto e taciturno, e il piccoletto coi baffi e quell’incredibile massa di capelli bianchi che sembravano sparati in aria dai reattori di un Concorde.

      La prima legge, se ben mi ricordo, dice sostanzialmente che “c’è quel che c’è, e niente di più”. Il che significa che la somma complessiva di tutto – materia, energia, gas, piante, animali, libri, braciole, diamanti… tutto – è costante. E allora è fondamentale imparare a essere un po’ più gentili con il prossimo. Combattere le sperequazioni, dividersi il surplus, non perdere mai di vista il bene comune, e, almeno una volta al mese, rinunciare al secondo giro di primi. E ve lo dice uno che per i primi ci va matto.

      La seconda legge dice che il disordine dell’Universo è in costante crescita. Questa, però, non va presa per una giustificazione per lasciare in giro i calzini sporchi, e sparire quando è ora di sparecchiare. L’Universo è l’Universo, ma se ti arrivano a casa degli ospiti all’improvviso sei tu a fare la figura di cacca, non l’Universo. Quindi, gente, non fate i furbini e tenete dietro alle vostre cose.

      La terza legge dice che, allo zero assoluto, l’entropia di un cristallo perfetto è zero. Ora, di quello che succede allo zero assoluto non credo dovremmo preoccuparci troppo. Se si dovesse arrivare allo zero assoluto, l’entropia, credetemi, sarebbe l’ultimo dei nostri problemi. Allo zero assoluto di solito chiudono le autostrade, mandano i bambini a casa da scuola, gli spargisale funzionano e non funzionano, ci sono spesso dei black-out, e gli spifferi sono micidiali.

      In ogni caso, la terza legge dice anche che per i corpi non perfetti l’entropia non va realmente a zero. Resta sempre una vibrazione residua.
      E quindi non possiamo che concludere che è una fortuna essere creature non perfette. Quelle perfette rischiano di fare una brutta fine: alè, tac!, entropia zero e tanti saluti.
      Noi invece, saremo un po’ acciaccatini, ma ce la caveremo.

      E quindi, miei cari, lasciate perdere le tentazioni della chirurgia plastica. Con i soldi che risparmierete, fate qualcosa di carino per quelli meno fortunati di voi, battetevi contro le ingiustizie, e soprattutto non incasinate i rifiuti: carta di qua, plastica di là, e le lattine insieme al vetro.

      Gliela facciamo vedere noi, all’entropia.

      P.S. Daniela, la “wikiniela” è una genialata!

      Mi piace

      Pubblicato da Niarb | 1 giugno 2012, 1:12 am
  2. sono arrivato alla seconda riga, e ora in questo istante devo fare un’altra cosa ma chiedo: allora sei un economista, hai studiato economia. Però non ti va giù, ti fa schifo. Giusto? o no? 🙂 Ce la farò, poi passo a “scienze politiche” e vediamo

    Mi piace

    Pubblicato da cavallogolooso | 22 giugno 2012, 5:38 pm
    • Le uniche carte di carattere economico che ho avuto occasione di studiare sono le oscure missive che ogni tanto mi manda la mia banca. 😉
      No, sono solo un collezionista di follie. E il bello è che me le cerco da me.

      Mi piace

      Pubblicato da Niarb | 23 giugno 2012, 12:37 am

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  1. Pingback: Terremoti, tsunami, inondazioni: che pacchia le catastrofi! « afterfindus - 31 maggio 2012

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