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Jonathan contro Wall Street: l’epilogo

Jonathan Lebed vs. Wall StreetLa storia del quindicenne Jonathan Lebel, che guadagnò valanghe di dollari manipolando il mercato azionario dalla sua stanzetta del New Jersey, comincia qui. In questo articolo, vediamo come andò a finire.

 

Le scorribande azionarie di Jonathan non potevano passare inosservate. E non potevano non fare arrabbiare i professionisti della Borsa, i suoi potenti angeli custodi. La SEC (Security and Exchange Commission, l’organismo che controlla la regolarità delle transizioni di Wall Street – l’equivalente dell’italiana Consob) decise di muovere guerra in grande stile al ragazzino impertinente.

Jonathan era già stato “beccato” dalla SEC all’inizio della sua carriera, perché sembrava che un noto truffatore usasse i suoi consigli per alcuni loschi traffici. Non fu possibile provare la complicità di Jonathan, che se la cavò con un ammonimento. Ma quando i sacerdoti di Wall Street si accorsero che lo sbarbato stava letteralmente causando degli tsunami nel mondo finanziario, decisero di dargli una lezione memorabile.

 

A questo punto è importante capire bene la posta in gioco.

I pezzi grossi di Wall Street non ce l’avevano con Jonathan perché giocando in Borsa aveva messo insieme tanti soldi. Questo lo fanno in tanti.

Il problema non era aver vinto tutto quel denaro. Anche perché, in effetti, Jonathan non aveva vinto proprio niente. I soldi si vincono giocando alla roulette, o alla lotteria, o comprando azioni alla cieca come facciamo noi comuni mortali.

Il peccato che aveva commesso Jonathan era quello di aver accumulato una fortuna comprendendo i meccanismi che regolano il mercato, per poi utilizzarli a proprio vantaggio. Jonathan, esattamente come i grandi finanzieri, aveva manipolato il mercato. E quindi, incidentalmente, aveva mostrato al mondo che il mercato è manipolabile.

Aveva svelato il trucco. E questo non poteva essere perdonato.

Ai maghi della finanza fa comodo che la gente comune consideri l’economia alla stregua delle previsioni del tempo: oggi ha fatto bello, domani forse pioverà, chi può dirlo. Jonathan, con i suoi giochetti, aveva dimostrato che le cose non stanno così: la pioggia e il sole sono davvero eventi al di là della portata umana, ma le fluttuazioni degli indici di borsa sono gestite da uomini. Uomini che sanno come si fa a far crescere di valore un titolo, per poi abbatterlo al momento giusto. Uomini che sanno sempre se e dove pioverà, perché sono loro a deciderlo. Uomini che si inventano boom e crisi, senza mai assumersene la responsabilità – perché solo così possono tranquillamente guadagnare fantastilioni e fantastiliardi. Altro che mano invisibile o scemenze del genere.

Quel furfantello di Jonathan Lebed, invece, aveva ficcato il naso dietro alle quinte, e aveva svelato i trucchi del mago. E un mago, questo, non lo può proprio perdonare.

 

Gli antichi chiamavano hýbris il tremendo peccato di chi si crede pari agli déi. La stessa Bibbia (un libro notoriamente moderato e non violento) prevede pene tremende (morte, piaghe, dannazione) per gli incauti che osano sbirciare dietro la tenda del Tempio. E i signori di Wall Street, si dice, la Bibbia la prendono molto sul serio.

Insomma, Jonathan era un virus. Un baco nel sistema, una anomalia, un buco nel muro dal quale si rischiava di far vedere al mondo che il re è nudo, e che l’alta finanza è un gioco per volponi. Jonathan era un pericolosissimo rompiballe da fermare, ridurre al silenzio e punire in modo definitivo e spettacolare.

 

E allora la Security and Exchange Commission convocò nel suo quartier generale di Washington D.C. il giovane Lebel per rispondere di una serie di accuse vaghe e terrificanti. Obiettivo: recuperare tutto il denaro guadagnato dal ragazzino, ma sopratutto dimostrare al mondo che certi giochetti non si possono fare. O meglio: si possono fare, ma solo se si fa parte del club.

La vicenda del processo “SEC contro Lebed” è un’opera d’arte. Tempi, battute, e sceneggiatura sembrano un parto della mente di Woody Allen. Proverò a riassumerle.

Il ragazzino, in quanto minorenne, si presentò agli interrogatori accompagnato dalla madre e da un avvocato – il padre, cardiopatico e incazzereccio, venne prudentemente lasciato a casa.

Jonathan partì subito con il piede sbagliato, facendo ulteriormente incavolare la già abbastanza furibonda commissione federale. Pretese infatti di presentarsi all’interrogatorio su un fiammante mega-SUV Mercedes fresco di concessionario, ovviamente pagato con quei soldi di cui la SEC chiedeva la restituzione. Quel SUV, che gli uomini di Wall Street interpretarono (giustamente) come uno sberleffo, divenne immediatamente una questione di principio per entrambe le parti, e non contribuì di certo a inquadrare in un clima di serenità il dibattito.

Ma il cuore della battaglia si svolse nelle austere stanze della Security and Exchange Commission.

Da un lato del tavolo, i Men in Black federali. Funzionari, avvocati e burocrati d’assalto, con i modi tipici degli agenti della CIA cinematografici: fredda cortesia, fare inquisitorio, domande serrate, gran svolazzo di documenti legali.

Dall’altro lato, uno stravagante presepio. Una signora confusa e agitatissima, che pur non avendo ben chiaro cosa avesse combinato il suo bambino badava a ripetere che “è un così bravo ragazzo, studia tanto”.

Accanto a lei, un avvocato di provincia, l’unico dei tre forse a rendersi conto del luogo in cui si trovava, che zampillava sudore come una fontana di Versailles. Il poveretto era impegnato su quattro fronti contemporanei: far tacere la signora, rispondere alle accuse, mantenere il dibattito su toni distesi, e soprattutto impedire che Jonathan potesse aprir bocca e peggiorare la situazione.

E infine lui, l’eroe. Un adolescente mezzo sbragato sul seggio dell’imputato. Muto, sbadigliante, apparentemente distratto, concentrato soprattutto sul suo chewing gum, e per niente impressionato dall’ambiente e dalle cariche dei suoi inquisitori.

 

Lo “scontro epocale” fu una meravigliosa battaglia psicologica. I bulldog di Wall Street non avevano in mano nessuna prova concreta, né di un reato né del fatto che quello che aveva fatto Jonathan potesse effettivamente essere considerato un reato. Ma la posta in gioco era stratosferica: se Jonathan fosse risultato non colpevole di qualcosa (di qualsiasi cosa), il giorno dopo migliaia di altri Jonathan sparsi per gli Stati Uniti avrebbero potuto cercare di imitarlo, inondando Wall Street di ordini di acquisto e di vendita del tutto fuori controllo. E il delicato meccanismo che assicura soldi ai potenti e perdite per tutti gli altri ne sarebbe stato inesorabilmente travolto.

Sfortunatamente per loro, però, Jonathan non aveva apparentemente infranto nessuna legge. Per questo motivo, gli azzeccagarbugli federali cercarono di buttarla sull’intimidazione, e partirono all’attacco. Pretesero una completa ammissione di colpa per aver usato mezzi illeciti e aver causato turbative di mercato, con conseguente restituzione di tutti i soldi guadagnati e pubbliche scuse. E restituzione del SUV.

Jonathan però non aveva l’età per essere spaventato dalle istituzioni. Mentre sua madre farfugliava scuse generiche e l’avvocato si scioglieva in cisterne di sudore, l’imputato se ne fregava di tutto e di tutti, e restava zitto. Soltanto alla sera, da casa, rispondeva con il mezzo a lui più congeniale: la posta elettronica. E le sue risposte erano talmente precise e inattaccabili che il giorno successivo, quando riprendeva il dibattimento, gli accusatori si presentavano sempre più inferociti, e più frustrati.

 
La sintesi delle argomentazioni di Jonathan è questa:

Voi, disse l’Harry Potter della finanza, mi accusate di aver diffuso notizie false per accrescere il valore delle azioni in mio possesso. Beh, non erano notizie false: erano le mie previsioni. E, a quanto pare, erano ottime previsioni. Se intendete che fossero “false” perché non supportate da nessuna prova tangibile, allora vi dico che tutti i banchieri, gli analisti di borsa, i giornalisti economici, i consulenti finanziari, e tutti i broker del mondo fanno esattamente la stessa cosa: fanno previsioni. Solo che loro non ci prendono sempre. Io sì.

Anzi: loro sottostimano il valore delle azioni che posseggono, per amplificare l’effetto della speculazione. Da piccolo (sic) io mi limitavo a copiare le loro valutazioni, maggiorandole un po’. Poi ho capito che potevo fare di meglio. E’ inutile che mi accusiate di aver mentito o aver diffuso informazioni non provate: ho solo fatto quello che fanno tutti quelli che operano in Borsa, da sempre. Ho dato dei consigli, e oltretutto mi sono attenuto strettamente io stesso ai miei consigli. Cosa che voi non fate quasi mai, e spesso rovinate la gente.

Io invece ho sempre dato consigli in buona fede. Perché le azioni che indicavo le avevo comprate anch’io.

C’è gente che mi ha seguito, e ha fatto molti soldi. Quelli che sono arrivati per ultimi, come è normale che accada, ci hanno rimesso. E’ il mercato che funziona così.

 

Le argomentazioni di Jonathan erano talmente semplici e cristalline da non lasciare spazio per repliche sensate. I funzionari della Security and Exchange Commission rasentarono a più riprese il colpo apoplettico, ma non riuscirono a trovare una falla nel ragionamento del maghetto. Per inchiodare il furfantello fecero appello, a caso, a vaghi princìpi, a stravaganti norme deontologiche, a sconosciute norme etiche. Sassi in uno stagno. La logica stringente del sempre più annoiato Jonathan non lasciò loro scampo.

 

Alla fine, il 21 settembre 2000 la SEC alzò bandiera bianca. Le parti si accordarono per la restituzione poco più che simbolica di 285.000 dollari (a fronte degli 800.000 accumulati da Jonathan), e la chiusero lì. Inutile dire, secca sconfitta per la SEC, e trionfo per l’Harry Potter della finanza. Che, tra parentesi, non volle sentir ragioni a riguardo della Mercedes, che rimase parcheggiata in garage fino alla sua maggiore età.

Da allora, il governo americano ha varato una serie di leggi e leggine che dovrebbero aiutare a prevenire un secondo caso Lebed. Ma, come è facile capire, niente di particolarmente tranchante. Jonathan, come abbiamo raccontato, non ha inventato niente. Ha semplicemente imparato dai più grandi, e li ha superati. Provate a impedire questo.

 

Oggi Jonathan ha ancora un suo sito, molto più sobrio e misurato di quello che ci si potrebbe aspettare. Se vi va, potete andarlo a trovare, qui.

 

Io invece confesso di avere ancora le idee un po’ confuse sulla morale di questa storia, per cui sono qui a chiedere il vostro aiuto.

Che razza di storia è, questa?



 

un branco di giganteschi tontoloni, che passeranno la vita a lavorare e a farsi un mazzo così, perché non è venuta in mente a noi l’idea geniale di Jonathan?

Ai numeri, a voi, l’ardua sentenza.

 

Ispirato da Next – Il futuro è già avvenuto, di Michael Lewis (2001).

 

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Discussione

4 pensieri su “Jonathan contro Wall Street: l’epilogo

  1. Certo che come racconti le storie te non le racconta nessuno…
    Io avrei votato tutte le morali in realtà, ma poi ho scelto quella della storia di una società di imbecilli che si sono costruiti un sistema basato su regole talmente complesse che ormai più nessuno è in grado di governarle.
    Grande Niarb

    Mi piace

    Pubblicato da nonsolopolpette | 29 maggio 2012, 1:45 pm
    • Grazie nonsolopolpette! Detto da te, che hai uno stile iperscoppiettante e favoloso, è una serenata! Ti clonerei, guarda!

      Cerco di raccontare storie nello stesso modo in cui tu (immagino) cucini: con passione, divertendomi, e sperando di far cosa gradita ai miei ospiti. Che (resti fra noi, mi raccomando) adoro. 😉
      A presto!

      Mi piace

      Pubblicato da Niarb | 29 maggio 2012, 11:53 pm
  2. Ciao After. Uno “spacciatore di confidenze su larga scala”, come lo chiami tu è adatto a un sistema complesso che non sta più dietro alla regole che si è dato (regole trasparenti am anche meno trasparenti).
    Un sistema siffatto PRODUCE UNA QUANTITA’ ENORME DI RIFIUTI.
    La malattia di quel sistema si chiama AVIDITA’ (io ho fatto un post su Gecko, http://blog-condiviso.blogspot.it/2011/12/lavidita-come-legge-fondamentale.html).
    Siamo alla febbre oramai e forse NOI TONTOLONI (e sono anche fiera di essere una tontolona) possiamo contribuire all’aumento dei rifiuti (con crollo sistemico energetico ect ect…casini amarissimi) oppure dirci che siamo la rete connettiva che può ridare fiato al Pianeta (quasi esausto) cominciando piccole operazioni COSCIENTI di smantellamento del sistema. Scrivere i nostri blog è pochissimo, una inezia, ma serve.
    Non badare alle cazzate pubblicitarie pure.
    Camminare e non correre.
    Ascoltare e non udire,
    Leggere e approfondire e non solo linkare e tweettare e facebucare con somma demenziale e senza alcuna vena di facondia leggerezza nello scrivere che si è rotta un’unghia…
    Ah…il sistema CROLLERA’ comunque, ma assecondandone la caduta (come fece Galla Placidia con l’Impero Romano…toh una donna) saremo meno nella cacchina.
    Poffarbacco (per compensare i due “francesismi” nel testo sopra…).

    Mi piace

    Pubblicato da Daniela | 29 maggio 2012, 1:54 pm
    • Grazie Daniela, lucidissima come al solito.
      In poche righe hai detto un mucchio di verità, che condivido in pieno.

      – L’avidità, per quanto banale, è forse la benzina più sfruttata nella storia. Sicuramente in quella recente. Bello il tuo post su Jecko, mi ha fatto venire in mente il suo celeberrimo discorso sulla “Generazione dei tre niente”. Sto per pubblicare qualcosa sulla filosofia geckiana (Milton Friedman e soci). Niente di nuovo, ma spero ti piacerà. Stay tuned.

      – E’ vero, l’unica risposta possibile a un corpaccione inerte e coriaceo è farsi virus, e punzecchiarlo qua e là. Questo blog, il tuo, e praticamente tutti quelli delle persone con cui ci scambiamo visite sono luoghi meravigliosi in cui esercitare le nostre capacità critiche, le nostre curiosità, le nostre conoscenze, i nostri dubbi. Sono luoghi in cui le priorità, finalmente, ce le diamo da soli, e non sono quelle cristallizzate nei soliti palinsesti. Finchè possiamo parlarci, scambiarci idee, notizie e suggerimenti, resta possibile la speranza di dare un calcio nelle balle all’entropia di questa società. Ehi! Mi sono montato la testa? Ovviamente sì. Voi mi conoscete come Niarb, ma qui in clinica mi chiamano Napoleone. 🙂

      – Non so se il sistema crollerà. Temo piuttosto si affloscerà. La civiltà di Pompei si è spenta sotto i fuochi artificiali di un’eruzione, noi rischiamo di spegnerci grigi grigi per un dissesto idrogeologico autoinflitto, e per aver esaurito la benzina e le batterie dei cellulari. Che vergogna! Cosa direbbe Galla?

      Aripoffarbacco…

      Mi piace

      Pubblicato da Niarb | 29 maggio 2012, 11:45 pm

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