(In)sostenibile

Un mare di guai

Il ghiacciolo che ho scongelato oggi, sulle prime, mi ha lasciato un po’ interdetto.
Mentre era lì che sgocciolava lo guardavo e, ehi, sembrava proprio una cosa seria.  Uno di quei rapporti periodici che nell’antichità venivano redatti da enti internazionali, organizzazioni non governative, associazioni ambientaliste, adoratori dei panda e altri mattacchioni del genere.

L’argomento “mare” mi interessa tantissimo, ovviamente.  Come interessa a chiunque sia nato su un pianeta di ghiaccio.
Il mare, lo sanno anche gli yak, è un immenso serbatoio d’acqua, il magazzino degli iceberg sciolti.  E, incidentalmente, è anche il posto in cui vanno a finire tutti i rigagnoli.  Punto.  Fine dell’argomento.

 
Non c’è niente nel mare, è ovvio.  Niente di vivo.  E come potrebbe?  C’è un freddo orso, là sotto, e una pressione pazzesca, in grado di schiantare qualsiasi osso, qualsiasi corazza, e di ridurre un omone in marmellata.
E se anche esistessero delle creature equipaggiate di corazza termostatata, beh, non basterebbe ancora.

L’acqua degli oceani è infatti un cocktail di veleni.  Un mojito chimico.  Un frullato di acidi, scorie radioattive, sali caustici e sospensioni tossiche.  “Fare il bagno in mare” resta purtroppo una favola, una leggenda, un cliché letterario, affascinante ma non più realistico di sciare sulla lava o fare il bungee jumping sulle nuvole.

 
Alcuni originaloni pensano però che le cose non siano sempre andate così, e che un tempo il mare fosse balneabile, addirittura abitato.  Non solo da quelle piccole sardine di superifice di cui si nutrono i trichechi, intendo, ma abitato davvero.  Tipo, da migliaia e migliaia di specie diverse.  I mitici “pesci”, i leggendari “coralli” e tante altre.

E’ un’idea seducente, ma ovviamente del tutto insensata.  Tanto per cominciare, come avrebbe fatto a trasformarsi in quello che è oggi?  Colpa di un cataclisma cosmico?  Beh, ne avremmo trovato qualche traccia, immagino.  Colpa degli uomini, allora?  Ah!  Anche volendo, è difficile immaginare come avrebbero potuto fare.  Gli oceani sono talmente grandi.

 
Insomma, uno strano reperto, questo libro.  Poi, poco prima di accendere l’iGloo, si è scongelata anche la copertina, e da lì ho capito che avevo per le mani non un articolo scientifico, ma un romanzo.  Di fantascienza, of course.  E quindi tutto si spiega.

Però, voglio comunque annotarmi queste righe. Saranno fole, ma chissà. Magari riesco a farci addormentare il pupo.

 
 
Nonostante il divieto del 1994, lo scarico di scorie nucleari in mare continua come prima.  Nelle acque prospicienti un impianto francese di rigenerazione e smaltimento delle scorie, i sommozzatori di Greenpeace hanno registrato una radioattività 17 milioni di volte superiore rispetto alle zone non interessate dagli scarichi.  Davanti alla Norvegia, l’impianto inglese di rigenerazione e smaltimento di Sellafield contamina con il tecnezio (una sostanza radioattiva) fuchi e gamberi.  E i geologi americani vogliono calare scorie altamente radioattive sul fondale marino, facendo scivolare i contenitori antiradiazioni attraverso tubi lunghi chilometri,  seppellendoli in fosse che verranno coperte dai sedimenti.

Dal 1959, l’Unione Sovietica ha depositato enormi quantità di scorie radioattive, compresi i reattori smatellati, nel mare Artico.  Oltre un milione di armi chimiche arrugginisce sul fondale marino, a una profondità tra i 500 e i 4.500 metri.  Particolarmente pericolosi sono i contenitori arrugginiti dei gas velenosi, sprofondati da Mosca nel 1947.  Al largo della Spagna sono depositati centinaia di migliaia di fusti con materiale debolmente radioattivo proveniente dalla medicina, dalla ricerca e dall’industria.  Gli scienziati marini hanno trovato nell’Atlantico, a oltre 4.000 metri di profondità, il plutonio disperso nei mari del Sud durante i test atomici.

Il servizio idrografico inglese ha elencato 57.435 relitti sui fondali marini, tra cui i resti di sommergibili nucleari americani e russi.

Il velenossissimo DDT danneggia più gli organismi marini che tutti gli altri esseri viventi.  Attraverso le correnti si propaga ovunque e si inserisce in diverse catene alimentari.  Nel grasso dei capodogli sono stati trovati composti di polibromo, utilizzati come sostanze ignifughe per computer e rivestimenti dei televisori.  Il 90% di tutti i pesci spada pescati è avvelenato dal mercurio e il 25% anche dai PCB.  Nel mare del Nord agli esemplari di Buccinum Undatum femmina cresce il pene.  La causa potrebbe essere la vernice delle navi, contenente tributilstagno.

Ogni trivellazione petrolifera danneggia il fondale marino per una superifice di 20 km quadrati, un terzo della quale è praticamente priva di vita.

I campi elettrici dei cavi sottomarini disturbano l’orientamento di salmoni e anguille.  Inoltre, l’elettrosmog pregiudica lo svilupo delle larve.

La diffusione delle alghe e la morìa di pesci crescono drammaticamente in tutto il mondo.  Israele non ha firmato il trattato per fermare lo scarico di rifiuti in mare e, fino al 1999, una sola azienda ha scaricato in mare 60.000 tonnellate di rifiuti velenosi all’anno: piombo, mercurio, cadmio, arsenico e cromo.  Questi, trasportati dalle correnti, arrivano fino in Siria e a Cipro.  Nel golfo di Tunisi vengono pompate in mare ogni giorno 12.800 tonnellate di fosfati provenienti dalle industrie di fertilizzanti.
70 delle 200 più importanti specie marine sono state dichiarate dalla FAO a rischio di estinizione.  E intanto il numero di pescatori aumenta.  Nel 1970 erano 13 milioni, nel 1997 erano già 30 milioni.  La pesca con le reti a strascico, utilizzate per la pesca di merluzzi, cicerelli e salmoni dell’Alaska, ha effetti devastanti sul fondale.  Vengono letteralmente raschiati via interi ecosistemi.  Mammiferi marini, pesci predatori e uccelli acquatici non trovano più niente da mangiare.

Il “Bunker C”, un olio combustibile denso, il propellente più usato dalle navi, prima della combustione viene purificato da cenere, metalli pesanti e sedimenti.  Rimangono rifiuti compatti che molti comandanti non smaltiscono correttamente, ma scaricano di nascosto in mare.

Al largo del Perù, a 4.000 metri di profondità, ricercatori di Amburgo hanno condotto una sperimentazione per l’elaborazione di un progetto per la raccolta a fini commerciali di noduli di manganese.  La loro nave trascinò avanti e indietro un aratro su un pezzo di fondale marino ampio 11 chilometri quadrati.  Sono morte innumerevoli forme di vita.  Anni dopo, la regione non si era ancora ripresa.

Durante lavori di costruzione nelle Florida Keys fu gettata in mare della terra che si depositò sulle barriere coralline: gran parte delle forme di vita presenti è morta soffocata.

I ricercatori marini credono che anche le grandi concentrazioni di biossido di carbonio nell’atmosfera, causate dal crescente uso di combustibili fossili, blocchino la formazione delle scogliere.  Quando il CO2 si scioglie rende l’acqua acida.  Senza curarsi di ciò, i grandi gruppi energetici progettano di pompare direttamente in mare enormi quantità di CO2 per ridurre l’inquinamento atmosferico.

 
Scongelato da Frank Schätzing, “Il Quinto Giorno”, 2004.
 

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