(In)sostenibile, EgoNomia

Quella notte che ci inventammo il Covid

 

Tranquilli complottisti, è solo un’opera di fantasia.

 


 


“Maestro, il Conte è arrivato.”
“Lo faccia entrare.”
Il maggiordomo fece un inchino, e uscì.
Sul lato opposto del salone, il fuoco crepitava nel grande camino. Fuori, violente raffiche di vento ghiacciato facevano tremare le grandi vetrate.

La porta si aprì nuovamente.
“Maestro,” disse l’uomo in piedi, accennando un inchino.
“Si accomodi, Conte. È un pezzo che non ricevo visite da qualcuno di voi.”
“Sono stati anni difficili, Maestro,” disse l’uomo, sedendosi, a disagio.
“Lo so, lo so. Mi credete sepolto in questo rifugio” disse, abbracciando con lo sguardo le pareti di pietra, “eppure ogni tanto seguo ancora le vostre vicende.”
“Per cui saprà,” disse il il Conte.
“Saprò che cosa?”
“Che abbiamo bisogno del suo illuminato consiglio.”

Il Maestro rise.
“Questa è buona. Fate di testa vostra, ormai da decenni, e ora che vi trovate con le spalle al muro, tornate a bussare alla mia porta.”
“Maestro…”
“Avete ignorato tutte le regole, tutti i programmi, tutti i piani, tutti i patti.
Anni di consultazioni nel grattacielo di vetro, di summit all’ombra dell’obelisco, di partecipazioni a quel vostro strambo galà sulle Alpi svizzere… E poi, avete sistematicamente ignorato i miei consigli. E adesso venite a chiedermene altri.”

Il Conte abbassò lo sguardo. Le labbra gli si erano come saldate, e la gola gli bruciava.
“Noi…” riuscì a balbettare, ma si bloccò.
Il Maestro lo osservò con commiserazione. Si strinse nel mantello, scosse dolcemente il capo e disse:
“Smetta di tormentarsi, Conte. So che lei è soltanto un portavoce. E conosco bene chi la manda.
Si fanno chiamare ‘Grandi‘,” sorrise amaro “ma non sono altro che bambini. Ma io sono qui per voi. Avanti, beva un sorso di questo,” disse, allungandogli un distillato di erbe dell’abbazia, “la scalderà. E poi, mi apra il suo cuore.”

Il Conte bevve, e sembrò prendere coraggio.
“È l’economia,” disse poi, tutto d’un fiato. “Non funziona. Non funziona più.”
“Il giocattolo si è inceppato,” annuì il Maestro. “Un’altra volta.”
“Inceppato è il termine giusto,” confermò il Conte, “non gira più. Le grandi fabbriche chiudono, crescono le file dei disoccupati. Gli Stati non riescono ad aiutarli, e cresce la tensione sociale.”
“Ma pensa,” commentò con un sorriso sarcastico il Maestro.
“La tensione sociale affossa ulteriormente i consumi,” proseguì il Conte “ed è come una spirale. Meno consumi, meno economia, più scontento. E più scontento, meno consumi, meno economia. Un cerchio senza fine.”
“Chi l’avrebbe mai detto,” disse il Maestro, ma senza il punto di domanda.
“Gli Stati, poi, sono sommersi dai debiti. Tutti. I ricchi e i poveri. E il debito rende impossibile fare politiche, anche le politiche che, come dire…”

“E lei ne è sorpreso, Conte?” lo interruppe il Maestro. “Ne sono sorpresi i suoi amici, i suoi Grandi amici?”
Il Conte aprì la bocca, e la richiuse. Il Maestro proseguì.
“Eppure mi par di ricordare che tutto questo fosse stato ampiamente previsto, tanto tempo fa.
Quando l’Europa era ancora tenuta sotto scacco dallo psicopatico crucco coi baffetti.
Ne parlammo, allora, Conte. C’era suo padre, c’era suo nonno, e tutti i Grandi.
Foste avvertiti, vi fu spiegato tutto.
Eppure, a Bretton Woods, decideste di ignorarlo.”
“Pensavamo di poter gestire…”
“NON pensavate, questo fu il problema. Non ragionaste. Cedeste vigliaccamente alla vostra cupidigia.”

Il Conte ebbe improvvisamente voglia di andar via. Essere a un milione di chilometri da lì, a casa, in albergo, o ovunque.
In una frazione di secondo si immaginò di fronte ai suoi mandanti a spiegare che quel castello non c’era più, che la foresta era sparita, che l’intera dannata montagna era stata spazzata via.
Ma la voce del Maestro dissolse i sogni e lo riportò al freddo salone illuminato dai lampi e dal focolare.

“Lo sapevate fin da allora. Nessun sistema basato sulla crescita infinita può essere sostenibile. È una regola universale.
In natura solo tre cose crescono all’infinito: i virus, i batteri, e i tumori.
E finiscono tutti per uccidere il proprio ospite.

Voi invece vi siete ostinati a tenere in piedi un sistema economico basato proprio sulla crescita continua, sul prestito a interessi, sul gioco del debito e del credito. Avete fatto finta di ignorare che non poteva durare.”

 

“Ha funzionato però, e per un bel pezzo,” disse d’impeto il Conte.
“Ha funzionato sì, ma per pochissimo tempo, su scala storica. Anche un calice di cristallo può volare, per qualche secondo. Poi si schianta.
E questo ‘funzionare’, come lo chiama lei, ha funzionato, ma a beneficio di pochissimi. E a un prezzo stratosferico.
In pochi decenni, avete distrutto quello che nei secoli precedenti era stato faticosamente costruito, generazione dopo generazione. Quello sforzo incessante di superare un passato fatto di re e schiavi, per costruire un futuro senza disuguaglianze né ingiustizie.
Voi invece avete fatto polpette di Liberté, egalite, fraternité, e avete costruito una società in cui il divario sociale ed economico non è mai stato così ampio. È più distante l’amministratore delegato di una moderna multinazionale da un suo impiegato di quanto non lo fosse un faraone dal suo più umile servitore. C’è una maggiore disparità tra un affarista di Wall Strett e un operaio cinese di quanta non ve ne fosse tra il Re Sole e uno qualunque dei suoi contadini.”

“Maestro, non potremmo…”
“Certo, certo,” disse il Maestro, “non è certo a lei che devo fare la lezioncina. Che tra l’altro non è mai servita.
L’economia si è inceppata tante altre volte, Conte. E c’è sempre stato uno e un solo metodo, ben collaudato, per farla ripartire.”
“Che sarebbe?”
“La guerra, naturalmente.”

“Ah.”
“Devo forse ricordarle l’impennata del PIL americano durante la Prima guerra mondiale (+25%), o la Seconda (+50%)?
Preferisce parlare del boom che seguì le varie guerre in Indocina, o i bei tempi ruggenti dello Scudo Stellare di Reagan, o delle due guerre del Golfo?”
“Sì ma…”
“È una regola vecchia come il mondo, Conte. La crisi del 1929 gettò l’America sul lastrico. La Seconda guerra mondiale fece riaprire le fabbriche e rilanciò occupazione ed innovazione.
Lo stesso Hitler ebbe bisogno di distruggere mezza Europa per trasformare il suo paese, da terra impoverita e depressa, alla locomotiva industriale del Vecchio Continente.”

“Maestro, le sono grato per la sua acuta lettura storica, che peraltro condivido, ma abbiamo già discusso a lungo questa opzione con i Grandi e…”
“…non volete un’altra guerra, eh?”
“No, se possibile no, ecco. Questa volta vorremmo salvare il capitalismo in un altro modo.”

“Beh, non è necessario che la guerra sia in casa propria, se capisce cosa intendo. Ci sono un sacco di paesi in cui ci si potrebbe esprimere.
Eviterei il Sudamerica e l’estremo Oriente, che avete già sfruttato, ma… ecco, il Medio Oriente andrebbe benissimo, per esempio.”
“Veramente…”
“Basterebbe una cosina qualsiasi per giustificare l’inizio delle operazioni, tipo… vediamo… beh, attentati per esempio. Qualche attentato spettacolare, tipo a New York, Parigi, Londra. Poi magari si potrebbe mettere in giro la voce dell’esistenza di terrificanti armi segrete, e magari di una rete terroristica mondiale pronta a colpire. Credo che questo sarebbe sufficiente.”
“Veramente, Maestro…”
“Sì?”
“Ci abbiamo già provato.”
“Ah sì?”
“Sì, ma… Da quanto vive quassù, Maestro?”
“Le ho già detto che mi sono ritirato dal mondo tempo fa, ribatté il Maestro, e che non guardo la vostra TV tutti i giorni. Quindi dice che questa idea l’avete già sfruttata?”
“Eh già.”
“E avete provocato una guerra?”
“Più di una, Maestro.”
“In paesi, come si dice, poveri?”
“In via di sviluppo, sì.”
“Perfetto. Armi, truppe, munizioni, trasporti, carburante, corruzione. Usato tutto?”
“Tutto, Maestro.”
“E l’economia non è ripartita?”
“Non a lungo, Maestro.”
“Avete usato anche manodopera a pagamento?”
“Prego?”
“Mercenari. Professionisti, al posto dei militari governativi. Normalmente sono più efficienti e costano di più, fanno girare più soldi.”
“Fatto, Maestro. Interi eserciti di feroci e affamatissimi contractors. Ma non è bastato.”
“Uhm. Avete provato ad accaparrarvi il business della ricostruzione? Voglio dire, impedire ai bombardati di arrangiarsi da soli, e poi (dietro compenso) ricostruire gli edifici, strade, porti eccetera, che avevate distrutto?”
“Sì, lo abbiamo fatto. C’è anche chi si è favolosamente arricchito. Ma l’economia, nel complesso, non ne ha risentito.”

“Si sarebbero potute tentare più passate. Come quando si vernicia. Bombardo, ricostruisco, ribombardo, ri-ricostruisco, eccetera. Ma dopo un po’ viene a noia, ne convengo. E gli aiuti umanitari, quelli come sono andati?”
“Bene, bene. Abbiamo fatto girare migliaia di miliardi.”
“Ottimo. Tutto a debito, naturalmente. Questo immagino avrà fatto schizzare alle stelle l’economia dei Grandi.”
“Eh, mica tanto. Come dicevo, hanno fatto i soldi (tanti soldi) sempre i soliti. Circuito chiuso.”

“Neanche a dirlo,” disse il Maestro. Si alzò in piedi, si strinse nel mantello, e andò a posizionarsi di fronte alla grande finestra, con lo sguardo sulla tempesta e le spalle rivolte al Conte.

 

“Beh, c’è un’altra strada che si potrebbe tentare,” disse. “Accipicchia, non la tiriamo fuori da secoli. Ma in passato ha funzionato benissimo.”
“Dica, Maestro.”

“Si chiama: ‘Crociate’. Cioè, la si butta sulla religione. È come il terrorismo, ma a più ampio respiro.
Si comincia seminando un po’ di intolleranza, e via via si fa una bella escalation arrivando ai proclami, per l’appunto, ad effetto. Il dio nostro, il dio loro, cose così. E infine si passa alle armi, al grido di “scontro di civiltà”. Lei non ha idea di quanti sovrani e quanti papi abbiano risanato le loro finanze con questo giochetto, tra XI e XIII secolo.
“Ehm, venerabile… temo che ci siamo già giocati anche la carta delle crociate.”
“Oh santa pace! E non ci avete risanato l’economia? Ma come è possibile!” tuonò il Maestro, distogliendo lo sguardo dalla tempesta e puntandolo nuovamente sul Conte. “Siete davvero degli inetti.”

“Credo… credo che l’opzione guerre sia davvero esaurita, per il momento. Nè in casa né fuori. Nè tradizionali né non convenzionali,” balbettò il Conte. “Vorremmo trovare un altro sistema per tirarci fuori dal cul-de-sac della crescita azzerata, dell’inflazione a singhiozzo, dei cicli economici, e soprattutto del debito. Senza rinunciare, ovviamente, al capitalismo.”

“Cioè volete salvare le capre, i cavoli, e fare merenda su una pelliccia di lupo, dico bene?”
“Dice bene, Maestro.”
“Roba da niente. Volete mettere sottosopra le fondamenta della vostra civiltà irrazionale, senza che la gente se ne accorga? Senza distrarla con incursioni aeree, palazzi che esplodono, e raffiche di mitraglia?”
“Se fosse possibile…”
“Se mia nonna avesse le rotelle,” disse il Maestro, stringendosi imbronciato nel suo mantello con un gesto stizzito.

Nella sala scese il silenzio. Il cervello del Maestro lavorava furiosamente ad una soluzione, mentre il Conte era troppo in imbarazzo per muovere anche soltanto un muscolo.

 

Il tempo passò, e parve un’eternità al povero funzionario. Il vento scuoteva rabbioso i vetri delle finestre, il fuoco scoppiettava senza peraltro riuscire a mordere il freddo intenso che avvolgeva la sala, e il Maestro, chiuso nella sua trance impenetrabile, emetteva strani rumori e borbottii in sottofondo.

“In effetti, ci sarebbe un’altra soluzione,” disse poi all’improvviso, facendo sobbalzare il Conte. “Un altro genere di cataclisma, diverso da una guerra, che potrebbe portare proprio dove volete voi.”
“Dove?” disse stupidamente il Conte, che si rese conto delle sue parole una frazione di secondo troppo tardi per poterle ritirare.

“L’idea è semplice,” proseguì il Maestro. “E anche questa è stata già sperimentata molte volte in passato.”
“Sono tutt’orecchie.”
Pandemia,” disse, dopo una breve pausa.
“Pandemia?”
“Pandemia. Gente che si ammala, ospedali in tilt, panico nelle strade, emergenza generale, leggi speciali, posti di blocco, polizia.”
“Però,” disse assorto il Conte.
“Bombardamento mediatico 24 ore su 24, sospensione dei diritti civili, alternative azzerate. Potrete fare quello che vi pare, e nessuno avrà niente da dire. Tutti occupati a salvare la pelle.”
“Ma… ci saranno un sacco di morti.”
“Perché, in guerra non ci sono?”
“Sì ma… Okay, forse potremmo pensare a una pandemia non eccessivamente letale.”
“Fate quello che vi pare. Tutte le pandemie della storia sono state letali, eccome. La peste nera uccideva praticamente tutti i contagiati. La spagnola fece 50 milioni di morti, su una popolazione mondiale che non era neanche un quarto di quella attuale. Ma se a voi gira di farne una versione che uccida meno gente, fate pure. L’importante è che sia globale.”
“Globale?”
“Ovvio. Non deve restar fuori nessun paese. Nessuno, se lo ricordi.
Se aprite alla possibilità che qualcuno la possa scampare, vi giocate tutto l’effetto.”

 

Il Conte si mise a riflettere. Pandemia. Globale. Molto virulenta. Non particolarmente letale. Chissà. Potrebbe anche funzionare.

“Certo che con un alto debito pubblico in tutti i paesi…” cominciò.
“È proprio questo il punto,” lo interruppe il Maestro. “Fino al giorno prima, tutti indebitati. Ma con una pandemia in atto sarà una gara ad aprire il portafogli per ampliare ospedali, sperimentare vaccini, e sventolare sussidi. Nessuno si chiederà da dove arrivano tutti quei soldi. Prendere e zitti. Potrete invocare l’intervento dello Stato, anche se avete passato la vita a dire che lo Stato è veleno. Potrete rivoltare le carte dell’economia con la garanzia che nessuno oserà mettersi in mezzo.”

Gli occhi del Conte si illuminarono. Come nei fumetti, le sue pupille parvero trasformarsi nel simbolo del denaro.
“Potremmo resettare il PIL del mondo,” mormorò, “e ripartire da valori un po’ più gestibili.”
“Potreste approfittare per far piazza pulita di business bolliti, e imporre un po’ di tecnologie nuove. L’innovazione è come l’amore: a volte serve un po’ di lubrificante.”
“E poi, un bel giorno, troveremo una cura,” disse il Conte, “e si potrà ricominciare.”
“Sarà meglio,” disse il Maestro, “se volete godervi i frutti della vostra economia rinata.”
“Saremo in un mondo nuovo.”
“Eh già. Nuove regole, nuove leggi, nuove abitudini, nuovi prodotti. E gli stessi burattinai.”

Il Conte scattò in piedi, con l’aria estatica del cieco che ha finalmente visto la luce.
“Maestro, signore,” disse “ma come faremo ad accorgerci che, per così dire, il piano stia funzionando? Quali saranno i segnali?”
“Ma santa pace, vi devo dire proprio tutto? Provi a ragionare, Conte. E si risieda.”
“Subito.”
“Allora, tutti i paesi del vostro giro sono sommersi dai debiti, giusto?”
“Giusto.”
“Immagino che i vostri giornali e notiziari non parlino d’altro.”
“È così.”

“E allora, lanciate la vostra iniziativa. Scatenate la pandemia. E fate silenziosamente e velocemente le vostre magie finanziarie dietro le quinte.
E poi fate come me: mettetevi a guardare.
Guardate se un solo giornale, una sola televisione, un solo benpensante avrà il coraggio di dire che di soldi non ce ne sono.
Guardate se qualcuno si opporrà all’apertura di reparti di emergenza, al finanziamento della ricerca, alle sovvenzioni per mettere a norma, al risarcimento di chi perde il lavoro.
Nessuno fiaterà.”

“Potremmo fare un restyling completo alla finanza internazionale,” mormorò il Conte, “senza dover chiedere il permesso o scusa a nessuno.”
“Privilegi dell’emergenza,” sentenziò il Maestro.
“Potremo affossare interi settori e lanciarne di nuovi, guidando in prima persona le scelte del mercato.”
“L’ho sempre detto, io, che quella mano invisibile…”
“Potremo rivedere tutte le Costituzioni del mondo, perché cosa sono i diritti civili di fronte alla salute?”
“Robetta, caro Conte.”
“E tutto questo senza fare nessun passo indietro, senza ammettere colpe, senza rinnegare il nostro credo liberale…”

“…e soprattutto senza perdere il posto, o la testa. Perché sa, in passato, le folle li linciavano i governanti, quando questi conducevano alla rovina. Oggi sono troppo distratte da MasterChef e dai meme di WhatsApp.”
“Sembra un sogno.”
“Non è un sogno. È un buon piano.”

“Ma come faremo, Maestro, a renderci conto se stiamo esagerando?”
“Beh, innanzitutto tenete sotto controllo quei cosi, lì, i social cosi, i plop.”
“I social network e i blog?
“Quelli. Finché nessuno farà presente che una settimana prima della pandemia non c’erano soldi per riparare i tetti delle scuole e riempire i buchi nelle strade, e il giorno dopo invece si spende e si spande e si distribuiscono sovvenzioni a mitraglia, tutto bene.”
“E poi?”
“Poi verificate che su nessuna prima pagina compaiano più editoriali allarmati sul debito pubblico. Se riuscite a far passare questa, il resto è accademia.”
“Incredibile.”

 

“E per finire, il colpo da maestri. Rincarate la dose.”
“Cioè?”
“Beh: siete in emergenza? Mancano i soldi? Lo Stato, che voi avete convintamente svuotato in tutti questi anni, deve risarcire milioni di persone?
E voi raddoppiate la posta.

Mettetevi a promettere soldi a tutti, per le cose più assurde.
Per rifarsi la casa, per dire. Per cambiare il divano. Per comprarsi il computer. Per andare al ristorante. Per pagare le mamme. Le collaboratrici domestiche. Le baby sitter. Per mettere al mondo bebè, in modo da tenere occupate contemporaneamente mamme, collaboratrici domestiche e baby sitter. Per andare in vacanza. Per pagare il gas. Per comprarsi i libri.
Addirittura (esagero, eh, ma è per rinforzare il concetto) per comprarsi il monopattino.”

“Beh, il monopattino.”
“È una battuta, Conte. So benissimo che questa non passerebbe mai. Anche se,” disse, e si interruppe un istante per riflettere su quella nuova idea “in effetti una cosa del genere darebbe senz’altro la misura di quanto vi sarete bevuti il consenso generale. Dopo il monopattino, potreste eleggere a presidente della Repubblica un canguro.”
“Mamma mia,” disse il Conte, lo sguardo sognante.

“E poi,” concluse il Maestro, “voglio esagerare. L’apoteosi.
Nel momento peggiore in assoluto, proprio quando i contagi saranno alle stelle e le aziende chiuderanno una dopo l’altra. Quando cassintegrati e disoccupati si moltiplicheranno come conigli. Quando il pianeta si troverà in un momento di instabilità politica globale (suggerirei al proposito di organizzare la cosa nei dintorni di un’elezione presidenziale americana). Mentre il PIL delle nazioni verrà annunciato in caduta libera, e mentre nei paesi ricchi riesploderanno tensioni razziali mai sopite, proprio nel momento più buio del secolo…”
“…sì?”
“…fate schizzare le Borse mondiali alle stelle.”
“Come?”
“Proprio così. Ai massimi storici.”
“Ma non ha senso.”
“È la firma dell’artista. Dadaismo puro.”
“Ma è un’idea… pazzesca. Oltraggiosa. Inconcepibile.”
“Geniale.”
“Geniale. Se passa questa, passerà tutto.”
“Esattamente. Finalmente lontani dei riflettori, potrete resettare la macchina, fare i necessari aggiustamenti, e far ripartire il vostro beneamato capitalismo.”

“Ma è meraviglioso, Maestro! Lei è davvero il genio che tutti dicono. ”
“Modestamente.”
“Potremo innescare un nuovo ciclo di liberismo. E nessuno avrà niente da obiettare.”

Il Conte scattò in piedi, afferrò la ventiquattrore e il soprabito, afferrò e strinse entrambe le mani al Maestro, in un gesto eloquente di infinita gratitudine.

E proprio in punto di commiato, si volse un’ultima volta verso il saggio consigliere, e disse:

“Posso riferire che questa sua idea sistemerà definitivamente le cose?”
Il Maestro aggrottò la fronte. “Definitivamente? E cosa vuol dire definitivamente?
Ha detto lei stesso che questo sarà l’inizio di un nuovo ciclo economico. Mica dell’eternità.”
“Certo, Maestro, certo. Comprendo benissimo. Ma… secondo lei, con questo nuovo ciclo, quanto ancora potremmo andare avanti ?”

“Non lo so, e non me ne importa,” disse il Maestro. “Secondo me, molto poco.

Continuate a far finta di non capire che in un pianeta finito esiste una quantità finita di roba che si può produrre, che la gente può comprare, e che vi potrà pagare. Potete continuare a truccare i conti, ma non cambierete la sostanza.

Però vi avverto: la prossima volta non venite a cercarmi. Lascerò questo castello, e sparirò dove nessuno potrà mai più trovarmi.

La prossima volta che arriverete a incasinare tutto il sistema a causa di questa vostra miope e inarrestabile voracità, non venitemi a cercare.

Perché la prossima volta, immagino, sarà quando avrete finalmente spolpato il pianeta di ogni singola risorsa disponibile.
O quando lo avrete talmente riempito di plastica, fumi di scarico e spazzatura che non ci sarà più abbastanza aria da respirare.
O quando lo avrete seppellito di esseri umani, o privato di tutte le sue foreste, e di tutti i ghiacciai, o…

Il Conte parve colpito. “Oh. E allora cosa faremo, Maestro?”
“‘Fanculo se lo so,” rispose. “Chiedetelo ai pinguini.”
 

Discussione

10 pensieri su “Quella notte che ci inventammo il Covid

  1. Genio. Grazie. Adesso diffondo il verbo come un virus.

    Piace a 1 persona

    Pubblicato da dani2005dani | 20 novembre 2020, 10:32 am
  2. Nel 2001 il crollo delle tre torri gemelle, fece partire la “paura di viaggiare” e la “paura dell’islamico”, sebbene il terrorismo islamico faccia tra gli islamici il maggior numero di vittime (basta gaurdare le statistiche).

    Verso il 2010 è partita la grancassa dei cambiamenti climatici completamente causati dalla specie umana. Siamo arrivati alla generazione di Greta Thumberg, autistica discendente di un premio nobel per la chimica che verificò la correlazione tra emissioni di CO2 e aumento delle temperature globali, rappresentante i nuovi giovani ultra spaventati dal futuro. Una paura che annichilisce e rende depressi, soprattutto nel ricco Occidente. Il povero bimbo congolese costretto a scavare cobalto per consentire a noi occidentali macchine elettriche e smartphone non credo abbia tempo di fare queste riflessioni. La “paura del futuro”.

    Adesso con la pandemia da Covid19 (non capisco perchè ce l’abbiano col 2020, la pandemia è del 2019) abbiamo inaugurato la “paura del contatto sociale”. Siamo animali sociali noi umani, è come ridurre l’aria che resppiriamo, soprattutto ai giovani e giovanissimi.

    Tre forme di terrore globale in 20 anni.
    Tre tipi diversi di paura per rederci isolati e acritici.

    Poi se dici che a guadagnarci sono in pochi ti danno del complottista.

    A mero titolo di informazione:

    Patrimonio netto di Jeff Bezos nel 2009: $ 6.800.000.000
    Patrimonio netto di Jeff Bezos nel 2020: $ 183.800.000.000

    Salario minimo federale USA nel 2009: $ 7,25
    Salario minimo federale USA nel 2020: $ 7,25

    Se questo non ci convince che la nostra economia sia truccata, non so cosa possa farlo.

    Piace a 1 persona

    Pubblicato da dani2005dani | 20 novembre 2020, 10:47 am
    • Guarda mia cara, tutto questo è un danno enorme per i poveri complottisti.
      Un furto bello e buono.
      Ma come, ti spacchi la testa tutta la vita per trovare un modo decente di ri-raccontare la realtà, e la realtà (quella… ufficiale) si rivela più piena di buchi, incoerenze e contraddizioni del racconto di un terrapiattista in acido dopo un giro sulla giostra calcinculo? È un affronto.

      È come se, mutatis mutandis, mentre Leonardo stava lavorando all’Ultima Cena, fosse arrivato lì uno con la Polaroid e trac, istantanea fatta in un attimo, e con prospettiva perfetta. Credo si sarebbe scoraggiato anche lui.

      Mi chiedo soltanto: ma se queste riflessioni le facesse anche Chiara Ferragni, ci sarebbe qualcuno in più a porsi le stesse domande?

      Ma poi mi rispondo anche. Sì.
      E si passerebbe dallo 0,0001% allo 0,008%.
      E si continuerebbe a pensare che è tutta colpa di un qualche poveretto con il megafono, o di un pipistrello che si ingroppava un topo, o di un banchiere moldavo, o di un profeta morto quattordici secoli fa.

      Piace a 1 persona

      Pubblicato da niarb | 23 novembre 2020, 9:48 am
      • Adesso sfottono i complottisti anche nelle pubblicità. Qualcosa vorrà dire.

        Piace a 1 persona

        Pubblicato da dani2005dani | 23 novembre 2020, 10:02 am
        • Esatto! Esatto! Ma allora non me le sogno io alla notte!
          (Perché davanti alla TV ronfo parecchio, e non sono mai certo di quello che ho visto.)

          Come diceva Platone (o forse era Amadori, non ricordo): “La prima gallina che canta ha fatto l’uovo!”

          Piace a 1 persona

          Pubblicato da niarb | 23 novembre 2020, 10:57 am
          • Io dormo perchè la televisione è perlopiù noiosa, ripetitiva e piena di repliche, ma alla pubblicità MI SVEGLIO! Mai sentite così tante informazioni veritiere come in quel momento, riflettendoci.

            Piace a 1 persona

            Pubblicato da dani2005dani | 23 novembre 2020, 11:00 am
          • Sì, certo, come no.
            Anzi, sono così s’accordo che ti faccio una proposta.
            Se mi dai delle monete d’oro (ma vanno bene anche delle azioni della Apple) io te le seppellisco in giardino e vedrai che, dopo un po’ di tempo, verrà fuori una bellissima pianta piena di dobloni e iPhone sbloccati.
            E se non viene, non ti preoccupare. Prepara il concime, io torno subito.
            🙂

            "Mi piace"

            Pubblicato da niarb | 24 novembre 2020, 7:36 pm
  3. Come, non ti basta la mia parola? Vuoi dobloni e Apple? Uh, ma che diffidente… :-))))

    Piace a 1 persona

    Pubblicato da dani2005dani | 25 novembre 2020, 9:08 am

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Ho sempre avuto il sospetto che l'amicizia venga sopravvalutata. come gli studi universitari, la morte o avere il cazzo lungo. noi esseri umani esaltiamo i luoghi comuni per sfuggire alla scarsa originalità della nostra vita. (Trueba)

PAROLE LORO

"L'attualità tra virgolette"

alcuni aneddoti dal mio futuro

un blog molto anni 80

warnoter

L‘insostenibile leggerezza dell'essere ignoranti.

NOAR

Logbook

kyleweatwenyen

Come un angelo da collezione.

Buseca ن!

Novelle dalla pianura che non deve essere nominata

alessiacamera

London-based Digital Strategist & Startup Consultant

alicenelpaesedellimpossibile

Quanto dura un'attimo??a volte l'eternità

Soffio di respiri

Viola, 25 anni, studentessa, incosciente, innocente. Bovarista deleteria. Racconto di me, chi sono, cosa penso, sbaglio e rattoppo!

La dama distratta

Diario del giorno dopo

Doduck

Lo stagismo è il primo passo per la conquista del mondo.

Pinocchio non c'è più

Per liberi pensatori e pensatori liberi

A Step Ahead 2.0 Beta

Memento audere semper

Opinionista per Caso2

il mondo nella fotografia di strada di Violeta Dyli ... my eyes on the road through photography

Eterogenesi dei fini

Prolegomeni alla scrittura

m3mango

Se vieni, è il miglior apprezzamento.

DellaBru

reading - writing - drawing

FIFM

Fatevi I Fatti Miei

alcuni aneddoti dal mio futuro

da grande voglio fare lo scrittore americano

Seidicente

altrimenti tutto è arte

Laurin42

puoi tutto quello che vuoi ( whatever you want you can)

ilblogdibarbara

fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza

Shock Anafilattico

Gatti non foste a viver come bruti

Fools Journal

Magazine di cultura: letteratura, fotografia, arte, moda, queer life, eventi, musica, cinema, attualità

micasulserio

"Amo molto parlare di niente. È l'unico argomento di cui so tutto."

erodaria

laboratorio di leggerezza

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