Mappamondo

I dolori del giovane Dalton

Se una notte d’inverno un viaggiatore, in un vicolo buio di una fredda metropoli, si trovasse premuta contro la fronte la gelida canna della pistola di un sondaggista impazzito, potrebbero essere guai.

AfroChemNon ci credete? A me è successo.
Immaginatevi la scena.

“Fermo lì, bel tomo!” mi grida il sondaggista. “Non muovere un tendine, non cercare di far scherzi, e dimmi immediatamente tre cose bellissime.”
“Per farti innamorare?” gli chiedo io, un po’ spiazzato.
“No, pirlone. Tre cose bellissime da fare nella vita.”

 
Non so cosa avreste risposto, voi.
Io, così, a freddo, ho pensato:
– a qualcosa scelto a caso tra i luoghi che ho visto
– a qualcosa scelto a caso tra quelle cose che si fanno con pochi vestiti addosso
– a qualcosa scelto a caso tra quelle cose che si fanno quando si è in vena creativa.

E ce ne sono un bel po’, di cose. In tutte e tre le categorie.
Sulle prime due risposte eviterei di approfondire. La vostra fantasia vale quanto la mia.
E’ la terza risposta quella che forse mi ha sorpreso di più.

Perché così, di botto, nel vicolo buio, con quel microfono Smith & Wesson sguainato davanti, mi è venuta in mente una cosa su tutte. La chimica.

 
(Ecco, in questo preciso momento pagherei per vedere le vostre facce. Anche parecchio.
Attivate la webcam, su, fatemi felice.)

 
Lo so. Vi sembra una risposta stramba. Eppure non stavo sbarellando per la paura.
C’è un motivo preciso se la chimica mi si è materializzata in testa così, senza riflettere.

Perché se c’è qualcosa di meravigliosamente trionfale in quello che Douglas Adams (sia lode a lui, nei secoli dei secoli) definiva la Vita, l’Universo e Tutto Quanto, questo è a mio modesto avviso il supremo atto di creare.
Chiedete a Dio, per dettagli, o alla mamma più vicina.

Generare, costruire, inventare, modellare, plasmare, estroflettere la propria natura limitata e mortale in un atto che, potenzialmente, potrebbe lasciar traccia di sé nell’infinito. Creare, gente: un’esperienza emozionante, afrodisiaca e pazzesca.

 
E chiunque voglia provare questa vertigine, non può che farlo con quello che ha più a portata di mano.

C’è chi gioca con la frequenze sonore, e viene chiamato musicista.
C’è chi compone con la luce, e viene chiamato fotografo, o pittore.
C’è chi plasma masse minerali, e viene chiamato artigiano, o scultore.
C’è chi costruisce con le parole, e viene chiamato poeta, o scrittore.
C’è chi forgia idee e concetti, e viene chiamato filosofo, o tronista.
C’è chi rimescola le sensazioni olfattive, e il gusto. Sono i grandi profumieri, e gli chef.

Poi c’è chi plasma la materia, chi riarrangia i mattoncini fondamentali dell’esistente.
E questo, sia ben chiaro, è il chimico.

Artista, come gli altri.
Creativo, come gli altri.
Sognatore, visionario, profeta, operaio, imbroglione. Come tutti gli altri.

Ma molto, molto più sfortunato di tutti gli altri.
Incompreso, discriminato, ghettizzato, ostacolato in tutti i modi.
Pensate alla vita che gli tocca vivere, e vedrete se non bollirà il sangue anche a voi.

 


VenusChemImmaginate un bimbo in età prescolare che manifesta i primi istinti creativi.
Cosa mai può riservargli il destino?

Se il piccolo esprime istinti pittorici, gli verranno subito messi davanti fogli bianchi, matite e pennarelli. I suoi primi scarabocchi verranno elogiati e appesi al muro da genitori adoranti con il petto gonfio di orgoglio.

Se il bimbo esprime invece vaghe velleità musicofile, gli verrà immediatamente infilata sotto alle dita la tastiera di un organetto o di una chitarra, e le sue cacofoniche performance verranno applaudite da ospiti e parenti in un tripudio di sorrisi e battimani entusiasti.

E al piccolo aspirante chef non si negherebbe mai la gioia di aiutare la nonna in cucina, come al futuro Michelangelo di sporcarsi le dita con pongo e plastilina, e al prossimo Renzo Piano di inondare la casa di mattoncini di Lego.

 
Il piccolo chimico, invece, ha un’infanzia disastrosa.
Da solo, non può fare niente. Tutto quello che ha in animo di tentare viene sistematicamente impedito perché si teme possa sporcare, macchiare, puzzare, avvelenare, o al limite anche esplodere.
Lui, poverino, non può toccare, non può annusare, non può assaggiare, non può mostrare, non può portarsi in giro niente di ciò che ama. I grandi lo tengono d’occhio con sospetto, e le sue ali restano tristemente piegate.

Il piccolo chimico è quindi costretto a tener sopiti i propri istinti e ad attendere gli anni della scuola, mentre i suoi amici già disegnano, cantano, modellano, pedalano, strimpellano, e stanno perfezionando il rovescio.

 
Ma è proprio a scuola che si consuma l’ingiustizia più vergognosa. Sono gli anni dello studio l’idrante più micidiale per il fuoco della creatività.

A scuola, infatti, a un piccolo aspirante scrittore vien da subito insegnato a leggere. Storie facili, storie difficili, storie buffe, storie spaventose: l’intero armamentario del suo futuro mestiere viene imbandito di fronte a lui, perché possa assaggiare, gustare, e quindi abbuffarsi di quello che più gli piace.

Anche per un aspirante pittore la scuola è una scoperta gioiosa. A sua disposizione un universo di pastelli, tempere, matite, e immensi fogli immacolati. E mentre via via prende confidenza con l’arte del ritratto dal vero e dei ghirigori di fantasia, viene sostanziosamente nutrito con le opere dei grandi maestri, come fonte d’esempio, traguardo e ispirazione.

E che dire del pargolo musicante? Anche a lui, dopo un breve calvario di scale e solfeggi, vengono spalancate le porte del paradiso, della sperimentazione e della creazione. Un piffero tra le labbra, una pianola tra le mani, e tanti tanti tanti dischi (pardon, mp3) perché la sua sete possa non essere mai estinta.

Al povero chimico in erba, invece, viene negata ogni forma di bellezza, di stupore, di mistero.
A scuola la sua arte gli viene ancor di più allontanata, nascosta, diffamata. Dov’è la poesia della scoperta, la bellezza della realtà, il fascino del creato?
Dove sono le orbite degli elettroni, i colori dello spettro, le conflagrazioni microscopiche, le simmetrie invisibili, le galassie di particelle? Dove sono i materiali favolosi che trasformano gli uomini in supereroi, dove sono i farmaci miracolosi che curano qualsiasi malattia, dove sono i segreti dell’immensamente piccolo che spalancano le porte dell’infinitamente grande? Dov’è tutto questo?

Sui polverosi banchi di scuola, no di certo.
Al piccolo scienziato la poesia della scienza viene fatta soltanto intravedere al di là di uno spaventoso percorso di guerra fatto di formule, teoremi, nozioni, equazioni e postulati.
L’aspirante stregone viene bombardato da un poderoso fuoco di sbarramento fatto di regole stantìe, nomenclature impossibili, formule astruse, e tabelle da mandare a memoria. Il tutto profusamente farcito di simboli tristi e numeri ostili e di un oscuro linguaggio seicentesco.

Il suo spirito curioso viene impietosamente mortificato da anni di esercizi noiosi e incomprensibili, di reazioni da bilanciare, di problemi da risolvere, e di stupide palline che qualche idiota seduto su un carrello lancia in direzione di un altro carrello che si muove (chissà perché) in direzione opposta.

I meravigliosi, folli e coloratissimi mattoncini della realtà gli vengono rappresentati con grafica intimidatoria, ingabbiati in una scacchiera rigida e immutabile, mentre nella realtà lui sa che vagolano in assoluta libertà, accoppiandosi, azzuffandosi e disintegrandosi tutti insieme, come matti.

 
Ecco perché, là nel vicolo, ho pensato alla chimica.
Perché è un’arte meravigliosa, che una cultura stupidamente ipocrita e primitiva cerca di rendere incomprensibile, difficile, brutta, sporca e pericolosa.

E mentre si cerca di invogliare i bambini a tutte le altri arti stimolando la loro curiosità, la loro fantasia, e la loro voglia di giocare, sui piccoli futuri scienziati si scatena la logica opposta.
Si sprecano gli anni dell’entusiasmo, dell’elasticità mentale, della memoria e della creatività su presunti fondamenti privi di fascino e di interattività. Per la parte esaltante della materia, se si hanno le (s)palle per resistere, bisognerà aspettare come minimo fino all’università.

 
E’ come se prima di introdurre qualcuno alle gioie della buona tavola, gli si imponesse di sperimentare per anni gli effetti dell’indigestione: nausea, mal di pancia, vomito, febbre, debolezza.

Come se prima di poter gustare un bicchiere di vino, fosse indispensabile provare i postumi di una sbornia colossale e farsi mesi di rieducazione dagli Alcolisti Anonimi.

Come se per spiegare a qualcuno i piaceri del sesso, lo si costringesse ad anni di sifilide.

A queste condizioni, avremmo un mondo popolato da astemi anoressici onanisti.
Che non ha senso. E’ molto meglio essere grassi, ebbri ed erotomani.

Ma non è affatto bello essere ciechi alla realtà, ignari del nostro mondo e della nostra natura, all’oscuro dei caroselli policromi e delle conflagrazioni elettriche e degli equilibri delicati che ogni istante, ogni miliardesimo di secondo vanno in scena in ogni millimetro cubo del nostro universo e del nostro corpo.
Non è bello per niente.
Tu chiamala, se vuoi, “astuzia”.

 
Sapete cosa? Adesso torno nel vicolo, e mi assicuro che quell’idiota abbia capito bene.

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Discussione

11 pensieri su “I dolori del giovane Dalton

  1. Ode alla chimica. Gran bel post, l’ho apprezzato perché ho una persona cara che è un chimico e mi ha fatto sorridere leggere le tue parole e pensarle sovrapposte al volto della mia persona cara. Grazie, oggi mi hai distratta un po’!

    Mi piace

    Pubblicato da vetrocolato | 10 novembre 2013, 12:00 pm
  2. M’aspettavo una chiusura musicale in tema: “Un chimico”, perlappunto 😛

    Mi piace

    Pubblicato da Barney Panofsky | 10 novembre 2013, 12:05 pm
  3. La chimica è quel giardino dove i semi della matematica diventano visibili a tutti.

    Nobiliteremo il truciolato
    l’alluminio anodizzato
    masoniti e steatiti
    l’anziana bakelite
    i neonati nanofatti
    neanche ancora battezzati
    non verranno lasciati fuori
    naturalmente i manufatti
    purchè trattattati al plasma
    o dal volgare ittriogranato laser

    verrà considerato in causa
    l’untuoso ma onesto teflon
    basta che non attacchi briga
    con i mastelli di moplen
    stiano tranquille le persiane
    le sdraio le cerate in pivicì
    che cinguettano preoccupate
    istigate dalle betonelle
    dai parquet in laminato

    le maniglie di latta pressofusa
    la lamiera zincata fosfatata
    il cemento precompresso
    le poltiglie e le fanghiglie
    che indurite diventano graniglie
    sedute e garitte idrosanitarie
    talvolta inglobanti foto e perle
    nonchè slogan e conchiglie
    a tutte daremo un feudo
    un titolo una livrea

    le cianfrusaglie varie
    indocinesi magrebinpolacche
    brianzole o di diverse scuole
    avranno casato e stemma
    e se ci sarà il dilemma
    tra marchesati contee e ducati
    indagheremo genealogia ed araldica
    sia delle lacche alchidiche
    che di quelle poliuretaniche
    pur di non diseredarle

    faremo un gran reame
    ricco di possedimenti
    dove i regali di natale
    delle nozze per le lauree
    sfoggeranno col massimo splendore
    in un maniero termoplastico
    dal ponte levatoio in perspex satinato
    i merletti inossidabili le grate in abiesse
    il fossato in profilo estruso
    e anche le madonne in miniatura
    rischiarate dal tremulo elettrico lumino

    saranno se non regine
    ivi almeno sovrane fatte
    o d’esse cognate zie o cugine
    no le similpergamene
    le ultime cene impresse
    sulle magliette in terital
    sui vassoi e spillette
    le veneri in botticelle
    sorridenti a gioconde facce
    si dovranno accontentare
    di ammuffire nelle segrete .

    Marco sclarandis

    Mi piace

    Pubblicato da sclarandis | 15 novembre 2013, 1:31 pm
    • …sei un genio!!

      Spero solo che tu avessi questa poesia già pronta. Perché se mai l’avessi coniata per l’occasione, oltre a esterrefarmi più di quanto non mi sia già esterrefatto a leggerla, comincerei a provare un certo imbarazzo.
      L’imbarazzo dell’imbianchino al cospetto di Vermeer.

      Grazie!

      Mi piace

      Pubblicato da Niarb | 15 novembre 2013, 10:32 pm
      • La musa l’ha coniata per me in previsione di un tuo futuro post.
        Io stesso non so come mi vengono certe pensate.In genere succede mentre lavo i piatti.

        Per esempio, credo che tutti noi gemiamo perchè:

        Come feltro tutti siamo
        l’un l’altro indipanabili
        diventare cappelli borse panni
        come strofinacci vivere
        strusciati contro luridumi
        o divenire arazzi in sala di maniero
        è ciò che possiamo fare
        di regale vello ognuno è un pelo
        ispido di coda o di muso soffice
        gemiamo ingarbugliati insieme
        come chimera di nemiche bestie
        ma ogni cosa ci ricorda sempre
        da soli non siamo che una preda
        di polvere che non concede tregua

        Ciao!

        Marco sclarandis

        Mi piace

        Pubblicato da sclarandis | 15 novembre 2013, 11:29 pm
        • Se davvero l’elegia del feltro ti è venuta mentre lavavi i piatti:
          1) complimenti vivissimi alfolletto che ti abita in cucina
          2) sarei curioso di capire cosa mangiate, normalmente, a casa vostra.

          Ah, e sarei curioso anche di sapere anche se davvero a volte date la polvere con gli arazzi del maniero. O forse non ho capito bene? 😉
          Complimenti lo stesso.
          E non solo al folletto.

          Mi piace

          Pubblicato da Niarb | 17 novembre 2013, 11:12 pm

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