Umanamente

Prendete a calci il vostro folletto della creatività

Oggi vi parlo di una microconferenza della serie TED Talk ricca di spunti interessanti per voi creativi.
E non fate quella faccia. Perché lo so che siete dei creativi.

Se avete un blog, siete dei creativi.
Ma anche se suonate uno strumento, siete dei creativi.
Se fate del decoupage, siete dei creativi.
Se fate del modellismo, siete dei creativi.
Se fate del giardinaggio, siete dei creativi.
Se fate della gastronomia estrema, siete dei creativi.
Se fate la contabilità a delle multinazionali, siete dei creativi.
Quindi, con tutta probabilità, questa breve conferenza ha in serbo per voi qualcosa di interessante.


 

Se siete dei creativi (e se siete rimasti qui a leggere, vi siete scoperti), prima o poi avrete inevitabilmente sperimentato sulla vostra pelle il terrificante “blocco del creativo“.

Peggiore di un attacco di dissenteria al cenone di San Silvestro, peggiore di una giornata col mal di gola all’Agenzia delle Entrate, peggiore di una gomma a terra la mattina della partenza per le vacanze, peggiore di un pomeriggio bloccati in un ascensore con il vostro capo, il “blocco del creativo” si manifesta con una serie di sintomi chiaramente riconoscibili: il foglio bianco, il cestino pieno, il tictac dell’orologio, la voglia di accendersi una sigaretta (anche se non si fuma, perché fa molto scrittore tormentato), la tentazione di andare su internet “solo un attimino”, il panino con la Nutella di consolazione, l’idea malsana di riparare una seggiola rotta da decenni, o di verniciare un armadio, o di telefonare a un compagno di scuola perso di vista dopo la terza media…

Insomma, chi non è mai stato colto dall’agghiacciante sensazione di non aver niente da dire, scagli la prima pietra.

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(spazio per le pietre)

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Per tutti gli altri, invece, miss Gilbert sforna in appena diciannove minuti un consiglio davvero interessante.

 
Elizabeth Gilbert è una simpatica signora americana con l’aria tranquilla della massaia della porta accanto, un sorriso dolce e una voce bollente.

Dopo alcuni libri che non hanno spostato di un millimetro l’asse terrestre, miss Gilbert ha pubblicato nel 2006 il romanzo Eat, Pray, Love (“Mangia, prega, ama”) che confesso di non aver letto, ma che ha riscosso in mezzo mondo un successo clamoroso.

A quel punto, anziché abbandonarsi alla sbornia dell’autocelebrazione, miss Gilbert si è chiesta, con un filo di angoscia: e adesso?
Cosa succede, se non riuscirò mai più a produrre qualcosa di altrettanto buono?
Cosa sarà di me e della mia autostima, se non riuscirò mai più a scrivere qualcosa all’altezza della mia fama?
Cosa dirà la gente, la mia famiglia, il mio editore?
Riuscirò mai più a camminare per la strada senza che la gente mi indichi dandosi di gomito, sogghignando e scuotendo la testa?

Proprio così: mentre il suo libro scalava le classifiche, miss Gilbert rischiava di sprofondare nell’abisso dell’insicurezza e della paranoia. Il blocco dello scrittore.

A quel punto però si è fermata, ha fatto un bel respiro, e ha pensato: Ma che diavolo mi sta succedendo? Ho finalmente raggiunto il successo, e ho paura?

 
In effetti non c’è niente di strano. Nella nostra cultura siamo perfettamente abituati all’idea che creatività e sofferenza siano due facce della stessa medaglia. Tanto che, a volte, per descrivere il processo di creazione di un’opera si usa l’espressione “parto”, sinonimo di un percorso lungo e doloroso.

E ci sorprendiamo se un ingegnere, un commercialista, un lattaio o un fresatore impazziscono e/o si tolgono la vita. Ma un artista?
Nessuna sorpresa, se un artista sbrocca. Poeti maledetti, scrittori strafatti, rockstar autodistruttive, registi suicidi, scultori rissosi, pittori tagliaorecchie. Ordinaria amministrazione.
Erano artisti. Erano matti.

E invece, a ben pensarci, non c’è niente di normale.
Che la creatività sia legata a doppio filo alla fragilità, all’instabilità emotiva, al disordine mentale non è sano. Non è confortante.

 
Evidentemente, quindi, è necessario un qualche tipo di meccanismo psicologico che protegga chi ha voglia di essere creativo e gli permetta di non crollare sotto il peso della responsabilità. Una valvola di sicurezza che tenga lontano il timore del fallimento, l’ansia di non piacere, di non ruscire a dire niente di nuovo, o di altrettanto buono di quanto già detto e fatto in passato.

 
EGilbert 02La ricetta di miss Gilbert è semplice.
Non date la colpa a voi stessi, dice, se all’improvviso vi sentite poco creativi.
Non impazzite a cercare dentro di voi quella scintilla che non ne vuol sapere di accendersi.
Autocolpevolizzarsi porta alla depressione, e la depressione getta ulteriore acqua sul fuoco di ogni possibile istinto creativo.

Se proprio volete prendervela con qualcuno, prendetevela con qualcun altro. Nella fattispecie, prendetevela con il vostro folletto della creatività, un essere immaginario che, quando siede al vostro fianco, vi ispira con idee meravigliose, e quando non c’è, non c’è. E non per colpa vostra.

 
Attenzione: è un’idea molto meno scema di quello che può sembrare di primo acchito. Per svariati motivi:

1. Elimina sensi di colpa e di inadeguatezza.
Non è colpa nostra se il foglio resta bianco, è colpa di quello stronzetto che chissà dove si è andato a cacciare.

2. Sostituisce alla disperazione e all’impotenza una sana botta di adrenalina.
Altro che piagnucolare. Bastardo di un folletto! Fatti venire un’idea, dài, che non ho mica tutta la vita per aspettare i tuoi comodi.
Sfogare un po’ di quell’aggressività e quella depressione che incameriamo ogni giorno può essere terapeutico, specie se lo facciamo su qualcuno che non riusciremo comunque a mandare al pronto soccorso e a cui non verrà mai in mente di denunciarci.

3. Ci tiene con i piedi per terra.
Altrettanto pericoloso della depressione è il complesso di onnipotenza. Perché montarsi la testa per un lavoro ben riuscito? Perché rendersi insopportabili? Perché fare l’abitudine a uno status che, prima o poi, inevitabilmente, finirà?

Anche se per strada ci chiedono l’autografo, anche se abbiamo accumulato più “Mi piace” della foto dell’ultima smutandata, continuiamo a volar bassi.
Tanto i meriti sono tutti del folletto. Noi siamo solo il tramite, il medium.
Onesti artigiani, biechi intermediari, portavoce fortunati; non supereroi.

 
Bisogna rifletterci un attimo, su questa cosa del folletto. Potrebbe sembrare una mezza cavolata, e invece è una grande idea.
Che poi non è mica della Gilbert. Lei, anzi, dichiara apertamente di averla recuperata dal passato.

Per i Greci e i Romani non era infatti l’uomo a essere il creatore. Gli antichi immaginavano degli spiritelli appositi che dettavano le cose da scrivere, da dire o da mettere in scena. Agli artisti non restava che metterle per iscritto.
Questi spiritelli i Greci li chiamavano demoni, i Romani genii.
I genii dei Romani erano legati al luogo in cui si esplicava l’atto creativo: c’era un genio per una determinata casa, o stanza, o radura di un certo boschetto. Era il genio del luogo, o genius loci.

Questo concetto ha retto a meraviglia per secoli. Fino al Rinascimento.
Perché quando le nuove idee dell’umanesimo e del razionalismo cominciarono a seminare in giro l’ossessione di mettere l’uomo e la logica al centro di tutto, i folletti uscirono di scena.
Si cominciò a dire “Quel tizio è un genio”, e non più “Quel tizio HA un genio”.
Il che rappresentò non un semplice cambio di ausiliare, ma un’autentica rivoluzione copernicana.

E così crollò quel costrutto psicologico di sicurezza costruito nel corso di tanti secoli per proteggere gli artisti dal risultato del proprio lavoro, dal narcisisimo, dall’ansia, e dai mille rischi emotivi della creatività.
Il crollo di quel muro rassicurante che artisti e poeti si erano faticosamente costruti intorno.

(E se quest’ultima frase vi sembra la traduzione di un verso di “The Wall” dei Pink Floyd è proprio così: è la traduzione di un verso di “The Wall” dei Pink Floyd).

Insomma, con il Rinascimento il potere e la responsabilità di creare tornarono all’uomo, e come infatti insegna l’Uomo (Ragno) “Un grande potere implica una grande responsabilità”.
Forse come citazione non c’entra un tappo, ma se non me la giocavo qui poi chissà quando avrei potuto utilizzarla.

EGilbert 03

 
Ed eccoci di nuovo qui, nel XXI secolo. Eccoci ai nostri blog, alle nostre composizioni, ai nostri poemi, alle nostre ricette.
Eccoci all’ansia, allo stress, e alla boria insopportabile di quelli che, una volta nella vita, ne imbroccano una giusta.

Il suggerimento di miss Gilbert acquista allora un valore niente male, attuale ma dal profumo antico. Lasciamo da parte la solita competitività e l’individualismo di questi anni Top Gun, e ricominciamo a vivere la nostra creatività non come un talento innato né come un dono, ma come un prestito che ci viene generosamente elargito per un periodo limitato di tempo.

Recuperiamo l’atteggiamento della poetessa Ruth Stone, che lavorava nei campi, e quando sentiva arrivare il “vento” della creatività mollava tutto e si precipitava a casa, per mettere su carta quello che il vento le suggeriva. Se non correva abbastanza veloce l’ondata di vento la superava e puf, tutto perduto. Il poema proseguiva la sua corsa, e avrebbe finito per fertilizzare la mente di qualche altro poeta, più a valle.

(A volte invece la Stone riusciva ad acchiappare il poema per la coda, e lo tirava indietro per metterlo su carta, ma a questo punto le veniva fuori al contrario…)

 
Che è un po’ poi anche la storia del grande Tom Waits, che a un certo punto della sua carriera ebbe una specie di rivelazione.
Waits è stato per decenni il classico artista travagliato da laceranti tormenti interiori. Poi, all’improvviso, è cambiato. Non è cambiata la sua musica, non i suoi testi, ma stando a quanto ha raccontato in diverse interviste ad un certo punto si è trasformato il suo rapporto con il processo creativo.

Tutto cambiò un giorno che era imbottigliato nel traffico a Los Angeles (perché sì, anche i grandi restano bloccati dal traffico. Non avete di quanto questo pensiero mi conforti).
Mentre era lì che aspettava e smadonnava, gli si infilò all’improvviso in testa il frammento di una melodia favolosa. Tom però non aveva modo di scriverla, registrarla, niente. Sapeva che l’avrebbe persa.

A quel punto, anzichè ammattire (perché questo è il genere di cosa che può fare ammattire un musicista), Tom si sporse dal finestrino, fissò il cielo e gridò: “Ehi! Non vedi che sto guidando? Non puoi mandarmela in un altro momento?”

Si sentì subito meglio. Non arrabbiato o frustrato per l’immane perdita. Semplicemente, sollevato.
Da quel giorno, racconta, comporre musica non fu più un parto doloroso, ma una gioia.

 
EGilbert 01Ora, non vorrei mai mischiare il sacro al profano.
Però, a leggere la storia di Tom Waits (il sacro), mi sono venuti in mente tre versi di Vasco Rossi (decisamente, il profano):

Le canzoni son come fiori, nascono da sole.
E a noi non resta che scriverle in fretta
perché poi spariscono, e non si trovano più.

Non vi sembra una sintesi eccellente di tutta questa chiaccherata?

Ora, io non so se miss Elizabeth Gilbert abbia mai ascoltato Vasco Rossi.
O se Vasco abbia letto i libri di miss Gilbert.
Anzi, con tutta probabilità, i due non hanno mai nemmeno sentito parlare l’uno dell’altra.

Sono i loro folletti che vanno spesso a cena insieme.
 


Nota: Chiudo questo articolo, rinuncio a pubblicarlo perché per oggi la chiavetta ha esalato fino all’ultimo bit, e vado a letto. Apro la biografia di Steve Jobs di Walter Isaacson, e l’occhio mi cade (per fortuna, in senso figurato) su una frase di Bob Dylan del 2004:

[Le canzoni] mi uscivano da dentro, non è che dovessi comporle. Non mi succede più. Non riesco più a scriverle così, di getto.
Ma so ancor cantarle
“.

 
A questo punto spengo la luce. Curiosamente, la melodia che mi prende a ronzare in testa non è un pezzo di Vasco né di Dylan né di Tom Waits né dei Pink Floyd. E’ dei Police.
Synchronicity“.

Buona notte.
 

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Discussione

4 pensieri su “Prendete a calci il vostro folletto della creatività

  1. Splendidi questi americani, sanno fare quattrini scaldando vecchie minestre come nessuno!
    Finita l’era di Rosmary Altea e delle chiacchierate con gli spiriti (vi ricordate?), ormai è il tempo dei santoni che ti insegnano a convivere con te stesso senza farti troppo male.

    Ci vuole poco per capire che la vita non è un orgasmo continuo: esistono i vuoti, le mancanze, le assenze e le rotture di palle. Essere creativi in continuazione è disonesto e disumano, bisogna fermarsi, scazzarsi alla grande, andarsene, tornare, tagliare la corda di nuovo. Il processo sinusoidale di tutti i fenomeni mi era chiaro già intorno ai 15 anni.
    Non immaginavo se ne potessero trarre seminari, libri o un cicli di conferenze, ma questa tizia è stata furba abbastanza da farlo.

    Mi piace

    Pubblicato da Marcella Nesset | 1 novembre 2013, 5:08 pm
    • Siamo tutti appollaiati sulle spalle di chi è venuto prima di noi.
      E solo pochi, per ciascuna generazione, sono abbastanza in gamba da risultare davvero geniali.
      A me non dispiace che qualcuno, ogni tanto, rispolveri qualche vecchia buona idea, le dia una mano di vernice, e torni a metterla in vetrina.
      Purché non la spacci come sua.

      Rosemary Altea invece un po’ mi manca. Era quella fenomena che parlava con i morti ed altri ectoplasmi, e finì ciulata dalla sua commercialista.
      Attenderò con ansia che Kazzenger… pardon, volevo dire Voyager la torni a tirar fuori dal cilindro… 😉

      Mi piace

      Pubblicato da Niarb | 3 novembre 2013, 11:43 pm
  2. Fatti un giro su Effetto Cassandra di oggi 4 Novembre!
    Ciao, Marco Sclarandis

    Mi piace

    Pubblicato da sclarandis | 4 novembre 2013, 6:22 pm

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