Mappamondo

Quella volta che Facebook sconfisse i guerriglieri

Perché è nato Facebook? E dài, siamo onesti.
Per il piacere perverso di poter ficcare il naso nei fattacci altrui. Per poter spettegolare su grande scala. E, soprattutto, per verificare se tra i nostri amici c’è qualcuno che conosce qualcuno/qualcuna sufficientemente coricabile.

Tutto lì. Facebook, come tutti gli altri social network della globazione, è nato per titillare il nostro incontenibile impulso a spiare per il buco della serratura la vita quotidiana del nostro prossimo.

A volte però, come diceva il famoso antropologo Fabrizio De André, “dal letame nascono i fiori”. E proprio Faccialibro (o Librofaccia, a seconda della scuola di pensiero cui appartenete) ce ne fornisce uno splendido esempio.

 
Nei primi giorni del 2008, l’ingegner Oscar Morales, nonostante il suo nome, non aveva un morale da oscar. Anzi, era decisamente abbacchiato.
Non che ci fosse qualcosa che non andava nella sua vita: era giovane, in salute, aveva un buon lavoro, una famiglia, amici, e in quei giorni era addirittura in vacanza, al mare.

Quello che metteva di cattivo umore Morales era la situazione del suo paese, la Colombia.
Da tanti, troppi anni la Colombia viveva nel terrore delle azioni militari o terroristiche (a seconda di come la si vuol vedere) compiute dalle Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane, le FARC. Questo gruppo di guerriglia era nato negli anni ’60 con l’intento di rappresentare gli interessi dei poveri contro le classi ricche e contro l’ingerenza degli Stati Uniti negli affari interni della Colombia. In quei tempi, le FARC si battevano contro la privatizzazione delle risorse naturali, le multinazionali e la violenza delle organizzazioni paramilitari. Ma ormai la loro lotta aveva perso l’appoggio della maggior parte della popolazione, che chiedeva soltanto di poter vivere in pace, senza l’incubo degli attentati e dei continui rapimenti. Gli ostaggi delle FARC (circa 700 nel 2008) venivano tenuti prigionieri nelle impenetrabili foreste sudamericane a volte per brevi periodi, ma sempre più spesso, per anni. E’ diventato famoso in tutto il mondo il caso della candidata alla presidenza del paese Ingrid Betancourt, che passò oltre sei anni nelle mani dei rapitori, e venne rilasciata nel luglio del 2008.

 
In quei primi giorni del 2008, però, Oscar Morales aveva in mente un’altra vittima delle FARC: un bimbo di quattro anni, Emmanuel, figlio di Clara Rojas, vice della Betancour, che era stata rapita insieme a lei sei anni prima. (Ehi, aspettate un attimo: il bimbo aveva 4 anni, sua madre era prigioniera da 6… mater semper certa est… e quindi il piccolo era nato in cattività).

Non c’era solo Morales che pensava a Emmanuel. In quei giorni, il piccolo era nella testa di tutti i colombiani. Ne parlavano i giornali, le televisioni, le persone al bar: era impossibile non pensare a Emmanuel. La faccenda risaliva ad alcuni mesi prima, quando il presidente del vicino Venezuela, quella sagoma di Hugo Chávez, si era dato da fare per negoziare con le FARC un rilascio degli ostaggi. E le FARC gli avevano promesso che, allo scadere del 2007, avrebbero rilasciato Emmanuel e sua madre.
Manco a dirlo, passato il veglione di San Silvestro, di Emmanuel neanche l’ombra.

I colombiani si sentirono traditi, presi in giro, rabbiosi, e soprattutto impotenti contro un avversario talmente potente da sfidare addirittura l’ira di Chávez, e così vigliacco da prendersela con un bambino. Il crescente sentimento di insofferenza verso le FARC non fu mitigato nemmeno dall’annuncio fatto qualche giorno più tardi dal presidente colombiano Alvaro Uribe che Emmanuel era stato ritrovato. Essendosi gravemente ammalato, le FARC lo avevano separato da sua madre e lo avevano affidato a una famiglia di contadini.

 
La gente della Colombia, pur felice per il ritrovamento del piccolo, con questo episodio aveva raggiunto il livello di in cui il vaso comincia a sgocciolare. Basta con questo clima di tensione, basta con questi ricatti, basta con il continuo terrore di restare vittime di un’azione dimostrativa o di un rapimento, basta con questa assurda guerriglia che non rispetta nemmeno i bambini e le loro madri. Basta con le FARC. Ma… cosa fare?

Oscar Morales, che era una persona qualunque, quella sera si chiuse in camera sua e andò su Facebook. Cercava qualcuno con cui sfogarsi, qualcuno a cui chiedere, qualcuno a cui raccontare. Magari sperava di trovare qualche gruppo di attivisti, qualsiasi cosa. Nel campo “Cerca” di Facebook digitò “FARC” e premette Invio.
Risultati: zero.
Nessun gruppo, niente di niente.
E Oscar si sentì molto solo.

 
Piccola digressione. E’ strano che nel 2008 non ci fossero gruppi anti-FARC, o pro-FARC, o boh-FARC. Perché su Facebook esistono gruppi di interesse per le cose più disparate che il nostro chiletto di materia grigia possa riuscire a concepire. Alcuni esempi:

“Studenti che odiano gli zaini con le rotelle”
“Gente che porta le ciabatte sotto la doccia perché ha paura di scivolare, battere la testa e morire”
“Gente che odia quando mentre te ne stai tornando a casa, all’improvviso ti cade un ippopotamo addosso”
“Gente che stava mandando un SMS da sdraiati e gli è cascato il telefono in faccia”
“Petizione per l’aborto retroattivo della madre di Giuliano Ferrara”
“Aspettare i ‘mi trovo qui’ dei contatti per poi andare a rubargli in casa”
“Vendetta? Nah, sono troppo pigro, sto seduto e aspetto che il Karma ti fotta”
“Quelli che non sanno cosa significa ‘Pippa’ in italiano” (è un gruppo di inglesi preoccupati per il nome della sorella della loro futura sovrana)
“Quelli che ‘Che mi aggiungi a fare su Facebook se poi per strada non mi saluti?’”
“Quelli che hanno provato invano a fare il sorriso sui Sofficini”
“Non sono io che me la tiro, siete voi che non sapete rimorchiare”
“Quelli che fanno di sì con la testa ma in realtà non stanno capendo un cazzo”
“Pensavo fossi gnocca finché non sono andato a vedere su ‘Altre Foto'”
“Che cazzo mi tagghi che sono venuto uno schifo?”

Sono tutti gruppi reali. E popolosi. Ad esempio, il gruppo “Quelli che al citofono alla domanda ‘chi è?’ rispondono ‘io'” ha oltre 70.000 iscritti.

 

Sulle FARC, invece, niente. Oscar Morales ci pensò un po’ su. Lo sfiorò l’idea di essere lui a lanciare il primo gruppo di discussione: per sfogarsi, per gridare al mondo la sua rabbia, come una sorta di terapia. Ma, al tempo stesso, aveva paura.

Qualche giorno dopo, però, si sedette al computer, e disegnò un logo. I tre colori della bandiera colombiana con gli slogan: “Mai più rapimenti, mai più bugie, mai più omicidi, mai più FARC.” Poi andò su Facebook, e aprì il gruppo “Un Millon de Voces Contra Las FARC“, un milione di voci contro le FARC (dal titolo di una canzone spagnola, che non c’entrava in ogni caso nulla con le FARC). Mandò l’invito ad iscriversi a tutti i suoi contatti, un centinaio circa, e andò a domire.

Erano le 3 del mattino del 4 gennaio. Alle 9 della mattina seguente, Oscar scoprì che ben 1.500 persone si erano già iscritte. Nel tardo pomeriggio, il numero era salito a oltre 4.000. Meglio di ogni più rosea aspettativa.
Nei loro messaggi, i membri del neonato gruppo esprimevano la loro rabbia e la loro frustrazione, ma anche e soprattutto qualcosa che Oscar non aveva previsto: si chiedevano, gli chiedevano, cosa avrebbero potuto fare per cambiare le cose.

All’alba del 6 gennaio, il secondo giorno di vita del gruppo, il conteggio degli iscritti era già a quota 8.000, e sulla pagina di Oscar cominciò ad apparire infinite volte lo stesso messaggio: “Diamoci da fare”. Quello stesso pomeriggio, furono in molti a chiedere direttamente a Morales di organizzare una manifestazione pubblica. Detto fatto: prima di sera, dall’intimità della sua cameretta Oscar propose la data del 4 febbraio, un mese dopo la nascita del gruppo, per una Marcia Nazionale di protesta contro le FARC.

 
Temendo di restar tagliato fuori dalla sua stessa iniziativa perché residente in provincia, Morales propose di tenere la marcia non solo nella capitale, Bogotà, ma anche in altre città sparse per tutto il paese, tra cui la sua Barranquilla. A questo punto sulla pagina di Facebook successe il finimondo: migliaia di membri residenti a Miami, Buenos Aires, Madrid, Los Angeles, Parigi e altrove insorsero rivendicando che la dimostrazione avrebbe dovuto essere globale. Morales fu preso in contropiede: non immaginava nemmeno che al gruppo si fossero unite persone che abitavano fuori dalla Colombia. E invece, così fu.

Quando il presidente colombiano Alvaro Uribe e il suo staff si accorsero di quello che stava succedendo in rete, si dettero da fare per assicurare il supporto del governo. A Morales venne assegnata una scorta personale di tre uomini e un’automobile blindata, che venne poi usata nel corso della manifestazione. Le autorità locali delle città teatro della manifestazione offrirono la loro collaborazione rilasciando tutti i permessi necessari. Grazie a Facebook, il tam-tam si estese fino a posti remoti come Dubai, Sidney e Tokyo, che pure parteciparono alla manifestazione. In Italia… beh, non so. Si è fatto niente in Italia? Ne sa qualcosa, qualcuno? Come diceva Torquemada: chi sa, parli.

All’avvicinarsi del giorno della grande marcia, il gruppo di Facebook aveva raggiunto le 350.000 unità, e la cosa forse più significativa è che la maggior parte dei membri si era iscritta utilizzando il proprio nome reale. Dopo decenni di paura e di testa bassa, qualcosa, all’improvviso, stava cambiando.

 
Il 4 febbraio, circa 10 milioni di persone marciarono contro le FARC in centinaia di città colombiane, e ulteriori 3 milioni in altre città sparse per il mondo, per un totale di 183 manifestazioni contemporanee. Un’adesione senza precedenti, una delle dimostrazioni di impegno civile più spettacolari di tutti i tempi.

 
E qualcosa si mosse. Qualche giorno prima della manifestazione, le FARC annunciarono il rilascio di tre ostaggi, come gesto “umanitario”. Difficile pensare che sia stato al 100% merito dei dimostranti, ma di certo la massiccia adesione popolare fu una secchiata d’acqua ghiacciata per i capi delle FARC: se dici di essere un esercito rivoluzionario ma hai contro tutto il tuo popolo, meglio che fai un respiro profondo e ripensi da capo tutta la faccenda.

Più tardi, in luglio, un raid dell’esercito governativo liberò Ingrid Betancourt e 14 altri ostaggi, tra cui la madre di Emmanuel. In alcune interviste, la Betancour ha raccontato che gli ultimi mesi di prigionia furono resi più sopportabili dall’aver sentito dalle radio dei loro carcerieri i canti e gli slogan dei dimostranti. Canti e slogan che, al contrario, innervosirono tremendamente i guerriglieri.

Oscar Morales divenne una celebrità mondiale dell’attivismo, e da quel giorno si dedicò anema e core e a tempo pieno alla crociata anti-FARC, fondando la Asociación Colombia Soy Yo. Se vi va, potete fare un salto a trovarli qua; ci sono anche le foto della manifestazione del 4 febbraio 2008.

 
Per dirla con Daniel Pennac, Ecco la storia.
Ora potete tranquillamente tornare sulla vostra pagina FB, per vedere se finalmente il Tizio o la Tizia che vi attizza ha cambiato il suo profilo in “single”. Oppure per postare la vostra ultima foto da ‘mbriachi, fatta alla festa di ieri sera. O magari per comunicare all’universo che il vostro micetto, purtroppo, continua a fare la cacchina molle.

Con Facebook, tutto è possibile.

 
Ispirato da David Kirkpatrick, “The Facebook Effect – The Inside Story of the Company That Is Connecting the World” (2010)
 

 

Un’utima cosa. Se per caso non avete colto il significato della prima immagine di questo articolo, è perché non conoscete le lingue. Studiate l’inglese. Cominciate con le cose facili, ma dateci dentro. Mi permetto di suggerirvi la prima lezione:


 

 

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Discussione

6 pensieri su “Quella volta che Facebook sconfisse i guerriglieri

  1. Come al solito mi fai ridere e sorridere.
    Grande Niarb, ma come hai trovato il tempo di scovare tutti quei gruppi in FB legati da interessi di “alto livello” (io non posso, non sono iscritta, io sono religiosamente fedele al fatto che per me FB è una ca**ta o una ca***ta, scegli tu)?
    La migliore secondo me?
    “Gente che stava mandando un SMS da sdraiati e gli è cascato il telefono in faccia” credo rappresenti bene gli utenti medi.

    Morales non era un utente medio (italiano?) di Fesbuk.
    Lui, che sa l’inglese, leggeva FACEBOOK.
    Lui ne aveva una idea bella, COMUNICARE e non sparare cazzate.

    E ci ha provato e ha trovato terreno fertile in un paese devastato come la Colombia.

    Una rondine non fa primavera, e l’eccezione conferma la regola.
    In Italia la regola è monocratica: SPARARE CAZZATE e/o cercare accoppiamenti..

    Poi i colombiani SONO ANDATI FISICAMENTE IN PIAZZA, mica lì a fare i guerrilleros da tastiera.

    Sai mica se con il terremoto su fesbuk han cominciato a comparire movimenti interessanti oltre che alla assurda idea del fracking?
    Grazie.
    Ah, ti ho risposto sul mio, ci sono due linketti interessanti, magari ci fai un post, così mi sollevi dal mio solitario grido pluriennale…(i miei amici di blog si sono dileguati da tempo, in pratica faccio tutto io come direbbe la mamma…)

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    Pubblicato da dani2005dani | 11 giugno 2012, 11:33 am
    • Cara Daniela, neanch’io sono un gran frequentatore di Feisbuc (diciamo mensile, più o meno). Ma, non so com’è, per le vaccate ho un istinto straordinario. Mi basta dare una picconata e trac, eccole lì. A vagonate. 😉

      Sul suddetto Feisbuc ho visto delle raccolte di generi vari per le zone terremotate, e qualche iniziativa per gruppi e famiglie in cui si vendono prodotti di aziende colpite. Belle cose, davvero. Non mi sono imbattuto in esortazioni di massa a spedire SMS “benefici”… in quel caso mi farò sentire.

      Ma ora corro su blogdrome a caccia di ispirazione! Ciao!

      Mi piace

      Pubblicato da Niarb | 12 giugno 2012, 2:01 pm
  2. Ehi, da come le presenti

    “rappresentare gli interessi dei poveri contro le classi ricche e contro l’ingerenza degli Stati Uniti negli affari interni della Colombia”… “si battevano contro la privatizzazione delle risorse naturali, le multinazionali e la violenza delle organizzazioni paramilitari.”

    queste FARC non mi sembrano poi così male… 😉

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    Pubblicato da Toni F. | 15 giugno 2012, 12:09 am
    • Ciao Toni, e benvenuto su Afterfindus. Come hai certamente capito, quello che mi ha colpito in questa storia (e che volevo raccontare) è l’eccezionale potere di aggregazione di un mezzo come FaceBook. Potere che normalmente ci sfugge, perché dei social network ci piace privilegiare gli aspetti fancazzistici e pruriginosi. Forse è un problema solo mio, però dei miei ennemila contatti, ennemila mezzi si dilettano follemente a pubblicare fotografie di vita quotidiana e/o ispiratissime massime di saggezza esistenziale in stile Baci Perugina, e poco più.

      Per quanto riguarda invece il tema specifico trattato in questa storia, le FARC, il discorso è più delicato. Ammetto di non non essere un esperto in materia, ma qualcosa credo di avelo capito.

      Le FARC, come tanti altri movimenti di ispirazione popolare, sono nati in risposta alla drammatica situazione sociale e politica della Colombia, e di buona parte dell’America Latina.
      La loro missione e le loro rivendicazioni, che nell’articolo ho sintetizzato in due righe striminzite, sono da questo punto di vista (e a mio personalissimo avviso) assolutamente sacrosante e condivisibili.

      Come per altri movimenti rivoluzionari, però, anche le FARC hanno subito una trasformazione. Col tempo, la loro lotta si è radicalizzata in uno scontro diretto, uno-a-uno, con il governo colombiano, un duello senza esclusione di colpi (da entrambe le parti) che ha di fatto tagliato fuori la gente comune. Il popolo, da destinatario dell’azione, è diventato lo sfondo.

      Il distacco progressivo da quella base che si sarebbe voluto / dovuto tutelare e difendere è un fatto importante, e grave. E’ successo anche in Italia negli anni ’70, e sappiamo bene come è andata.

      Insomma, ritengo che i popoli del Sud America abbiano avuto (e abbiano) tutte le ragioni del mondo per protestare, per arrabbiarsi e per fare rivoluzioni. Ma questo non può giustificare la scelta di gruppi isolati di voler combattere la loro guerra privata, alle spalle e sulle spalle di una popolazione civile che chiede soltanto di poter vivere in pace. Il fine che giustifica i mezzi è una vaccata che, nei secoli, ha già mietuto il suo bel tributo di lacrime e di sangue.

      Non vivremo in eterno e non siamo padroni del 100% del nostro destino. Per cui quando qualcuno chiede di poter condurre un’esistenza serena, credo che dovremmo permettergli di farlo.

      Mi piace

      Pubblicato da Niarb | 22 giugno 2012, 1:21 am
  3. Complimenti per l’articolo. Molto interessante. Continuate cos, io sono un assiduo lettore!

    Mi piace

    Pubblicato da Almiro | 1 maggio 2014, 4:43 pm

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