[Questa è la terza e ultima puntata del racconto della fattucchiera elettronica World3 e del futuro che predisse alla razza umana, come narrata ne “I limiti dello sviluppo”. La storia comincia qui.]
Nonostante il rigore scientifico dell’approccio di “I limiti dello sviluppo“, furono comunque molti quelli che non presero un granché bene il messaggio “volenti o nolenti, la crescita si fermerà”. Tecnocrati ad oltranza, sapientoni, parruconi, scettici, menefreghisti e bastian contrari di professione si dettero un gran daffare per cercare di ignorare, ridicolizzare, e screditare (rigorosamente in quest’ordine) il libro.
In particolare, le voci di gran parte degli economisti, industriali, politici e difensori dei diritti del Terzo Mondo si levarono indignate all’idea che la crescita della popolazione e dell’economia non potesse proseguire all’infinito. Come sarebbe a dire, dei limiti? Cosa dovrebbe significare, che dovremmo mettere dei freni all’economia, al mercato, ai consumi, alle nascite? Eresia! Eresia! Brucia! Brucia!
Gli scienziati del MIT, però, non si scoraggiarono. Continuarono indefessi a raccogliere dati di ogni genere in ogni angolo del mondo e ad alimentare il loro algoritmo, e la bellezza di venti anni più tardi, nel 1992, misero a confronto le previsioni di World3 con quello che in quegli anni era effettivamente successo.
I risultati di questo confronto epocale vennero pubblicati in un nuovo libro, dal titolo “Oltre i limiti dello sviluppo“. E furono sostanzialmente due:
1. World3 funzionava egregiamente. I numeri che aveva previsto per un’ampia varietà di argomenti (incremento della popolazione mondiale, tassi di natalità e di mortalità, incremento della produzione industriale, flussi di materiali ed energia, livelli di inquinamento, tassi di deforestazione, numero di specie animali estinte, eccetera) erano sorprendentemente esatti, al di là di ogni più rosea aspettativa. E questa fu la buona notizia.
2. La cattiva notizia fu che, dei dodici scenari iniziali, World3 nel 1992 ne confermò soltanto alcuni. Altri furono scartati, perché divenuti irrealizzabili. E questo perché, rispetto al 1972, l’umanità aveva oramai intrapreso un percorso che escludeva automaticamente alcune delle possibilità iniziali. Il ventaglio dei futuri possibili si era, di fatto, ristretto.
Ora, se i futuri scartati fossero stati quelli “peggiori”, niente da dire. Ma, forse in ossequio alla legge di Murphy, le cose stavano all’esatto opposto. I futuri che World3 scartò erano infatti proprio i “migliori”, quelli che prevedevano condizioni di vita ottimali per tutte le popolazioni del pianeta: aspettativa di vita lunga, alto tenore di vita, energia per tutti, abbondanza di risorse naturali, e niente più notizie di calciomercato nei telegiornali.(1)
Il fatto è che, nel ventennio 1972-1992, l’umanità si era comportata un po’ troppo allegramente, e aveva superato i limiti della capacità di sostentamento della Terra. E, quindi, se non si fosse intervenuti in modo deciso, presto o tardi (e comunque entro il 2100) si sarebbe inevitabimente arrivati al disastro.
Suona drammatico, vero? Beh, lo è.
Soprattutto perché non si tratta di un filmaccio di fantascienza di serie B, ma di uno studio scientifico serio, circostanziato, e ampiamente condiviso.
Prima di abbandonarsi al panico, però, è bene sottolineare un paio di cosette:
1) I limiti di un pianeta non sorgono di punto in bianco: assenti un giorno, assoluti e invalicabili il giorno dopo. I limiti sono sempre stati lì, sempre uguali, sempre quelli. L’errore semmai è stato averli ignorati, o non averli presi sul serio, o aver fatto finta di non averli visti. E’ stato un po’ come partire per la traversata del Sahara con il serbatoio della benzina mezzo vuoto: inutile far finta che l’indicatore sul cruscotto non dica la verità, e inutile illudersi che forse, da qualche parte tra le dune, possa nascondersi una improbabile stazione di servizio.
2) Aver superato i limiti non significa essere condannati a una catastrofe immediata. Significa essere avviati su una strada certa. Gli effetti del superamento dei limiti possono richiedere un tempo più o meno lungo prima di manifestarsi, ma non sono in discussione.
Le dinamiche di creazione di un collasso, infatti, sono complesse, ma lineari nella loro logica.
Nei vari scenari di World3, l’espansione della popolazione e delle attività economiche costringono l’umanità a impiegare sempre più energia e capitali per fronteggiare i problemi generati dal superamento dei vari vincoli. Il capitale dirottato per risolvere questi problemi (cioè per cercare nuove risorse, o tecnologie alternative) finisce con l’essere tanto grande da rendere impossibile l’ulteriore crescita della popolazione e dell’economia. E se l’industria entra in declino, la società non riesce più a sostenere la crescita degli altri settori economici: agricoltura, servizi, e altri tipi di consumo. Quando anche questi settori smettono di crescere, si interrompe la crescita della popolazione. E incomincia la catastrofe.
Detto questo, okay, ci si potrebbe anche far prendere dal panico.
Oppure reagire in modo diverso.
- Donella Meadows, la principale autrice dello studio, era convinta che mettendo a disposizione dell’umanità informazioni adeguate per qualità e quantità, questa avrebbe finito per scegliere la strada più saggia, lungimirante e generosa.
- Jorgen Randers, co-autore, era invece convinto del fatto che l’umanità avrebbe perseguito fino in fondo scopi di breve termine volti a incrementare consumi, occupazione e opportunità finanziarie, ignorando tutti i segnali, anche quelli più forti e chiari, finché non sarebbe stato troppo tardi.
- Dennis Meadows, il terzo autore (nonché marito di Donella), immaginava una situazione intermedia. Credeva che il mondo alla fine avrebbe scelto un futuro relativamente sostenibile, ma che lo avrebbe fatto troppo tardi. E la situazione, a causa di questo grave ritardo, sarebbe stata molto meno gradevole di quella che sarebbe stata possibile con un intervento tempestivo. Molti dei meravigliosi tesori ecologici del pianeta sarebbero andati irrimediabilmente distrutti; molte scelte politiche ed economiche desiderabili non sarebbero più state possibili; si sarebbero radicate disuguaglianze profonde e persistenti; la società globale sarebbe stata sempre più militarizzata, e ci sarebbero stati conflitti continui ed estesi.
Per dirla con le parole del grande Aurelio Peccei(2), “L’avvenire non è più… quello che sarebbe potuto essere se gli uomini avessero saputo utilizzare meglio i loro cervelli e le loro opportunità. Ma può ancora essere quello che essi possono ragionevolmente e realisticamente volere.” (1981)
A onor del vero, va detto che, dagli anni ’90 in poi, sono stati fatti molti passi verso la costruzione di un futuro più sostenibile. Molte tematiche che un tempo non ci si sarebbe mai nemmeno sognati di dover prendere in considerazione sono entrate nel lessico quotidiano di politici, imprenditori e persone comuni. Forse non avete l’età per ricordarlo, ma negli anni ’80 a nessuno sarebbe venuto in mente di acquistare un elettrodomestico “di classe A” (classi di consumo? fantascienza), non esisteva il concetto di apparecchiature “verdi” (se non in Irlanda, nel giorno di San Patrizio) e l’idea di riciclare i rifiuti era una bizzarria riservata a fricchettoni californiani.
Da allora sono state introdotte molte nuove tecnologie, ciminiere e scarichi delle fabbriche dei paesi ricchi producono meno inquinamento rispetto al passato, molte grandi aziende hanno fatti passi importanti sulla strada dell’ecoefficienza (esiste addirittura una “certificazione ambientale”), sono stati messi a punto accordi internazionali, sono state create nuove istituzioni (avete mai sentito parlare di Ministeri dell’Ambiente prima degli anni ’90?), in tante scuole si insegna educazione ambientale, e milioni di consumatori in tutto il mondo hanno modificato le loro abitudini di acquisto.
Purtroppo, però, è troppo tardi. I limiti sono già stati superati. La sostenibilità ce la siamo già giocata. Una volta superati i limiti, non basta “comportarsi bene”, rigar dritto, separare la carta dalla plastica, e andare in giro in bicicletta. Forse avrebbe potuto bastare se fosse stato fatto a partire dagli anni ’70. Purtroppo invece la frittata è già fatta e servita, e ora quello che serve è un enorme sforzo combinato da parte di tutta l’umanità per “tornare giù”, ripristinare gli equilibri del passato, resettare il sistema alle condizioni di partenza.
Serve azione, servono idee, servono tecnologie e sacrifici. Il semplice rispetto di regole ormai obsolete è come una bicchierata di acqua fresca sulle pietre infuocate del deserto del Gobi.
E questo è tutt’altro che facile. Nel 1992 si tenne a Rio de Janeiro il primo vertice mondiale su ambiente e sviluppo. Una iniziativa lodevole, ma purtroppo infruttuosa. Gli obiettivi che in quella sede vennero stabiliti non furono mai perseguiti in modo serio, e non vennero mai raggiunti. Molti ricordano il mezzo fiasco dei protocolli di Kyoto (1997), ma anche la conferenza mondiale di Johannesburg del 2002 fu desolantemente povera di risultati. E così tutte le iniziative successive, perennemente paralizzate da una serie infinita di dispute di carattere economico o ideologico, e dall’azione di quanti perseguivano esclusivamente i propri interessi – nazionali, aziendali o individuali.
L’umanità, insomma, sperperò oltre trent’anni in dibattiti futili e in risposte a volte volonterose, ma fiacche.
Ciononostante, i tre scienziati continuarono nella loro opera scientifica e divulgativa. Nel 2004 uscì il terzo libro della serie: “I nuovi limiti dello sviluppo“. In questa nuova revisione dello studio, gli iniziali 12 scenari di World3, ridotti numericamente nel 1992, e poi riformulati in 14 nuovi scenari più dettagliati, divennero 10. Il messaggio, più forte che mai, fu che l’umanità era già ampiamente entrata nella zona di superamento dei limiti, e i danni e le sofferenze che ne sarebbero derivati avrebbero potuto essere notevolmente mitigati grazie a una politica illuminata. A patto di fare presto.
L’importante, ripeterono gli autori, è non fasciarsi gli occhi di prosciutto e restare all’ombra dell’illusione di essere sulla strada giusta. E neanche star lì a sperare che possa essere qualcun altro (i grandi del mondo, Dio, o il Settimo Cavalleggeri) a cavarci le castagne dal fuoco. Ve li immaginate i politici, i nostri politici, che all’improvviso diventano saggi, lungimiranti e disinteressati, e che mettono da parte mazzette, polvere bianca e mutandine interdentali per affrontare i grandi problemi dell’umanità?
Gli autori restavano convinti che l’unica strada possibile fosse insegnare ai cittadini del mondo a considerare le conseguenze a lungo termine delle proprie azioni e delle proprie scelte, e a focalizzare il proprio sostegno politico nei confronti di provvedimenti in grado di ridurre i danni del superamento dei limiti.
Occorre ricordare che World3, e i quattro libri che ci stanno dietro(3), non avevano lo scopo di proporre come “esatta” questa o quella previsione. Intendevano semplicemente fornire una mappa accurata di dove conducevano le dieci strade che si trovavano di fronte gli esseri umani di fine millennio.
Dieci strade, dieci destinazioni diverse. Tutte collocate nel XXI secolo, e non un giorno più in là.
Qualcuna un po’ più larga, illuminata, battuta. Qualcuna un po’ più scomoda, incerta, e tortuosa.
Ma tutte perfettamente a disposizione dei cittadini del mondo.
Io, che scrivo dal futuro, ve lo posso assicurare: quale strada percorrere, l’hanno deciso loro.
Nota 1: Okay, l’ultima me la sono inventata. Torna su
Nota 2: Aurelio Peccei, oltre che co-fondatore dell’Alitalia, dirigente della Fiat, amministratore delegato della Olivetti e molto altro, fu uno dei fondatori del Club di Roma, una tra le più importanti associazioni no-profit non governative del mondo, che riunisce scienziati, economisti, uomini d’affari, attivisti dei diritti civili, alti dirigenti pubblici internazionali e capi di stato di tutti e cinque i continenti. Torna su
Nota 3: Mi risulta che sia stato pubblicato un quarto libro nel 2012, a quarant’anni esatti dalla pubblicazione del primo. Purtroppo, non l’ho ancora disseppellito. Torna su
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