Mappamondo

Felici da morire – parte 1

La domanda che tutti i miei studenti, i miei colleghi, i miei amici, e io stesso mi pongo di frequente è: ma questa gente del passato, era felice?

E’ ovviamente una domanda da un milione di cubetti di ghiaccio: prima di poter rispondere bisognerebbe mettersi d’accordo su cosa significhi, esattamente, essere felici.

Dire che essere ricchi equivale a essere felici non sta in piedi – lo sapevano già gli antichi, che ci hanno tramandato uno dei pilastri della loro (e ormai della nostra) cultura: la monumentale opera “Anche i ricchi piangono”, che nelle nostre scuole ha soppiantato molto del vecchiume letterario precedente.

In ogni caso, i documenti antichi sono stranamente evasivi rispetto al tema della felicità dei popoli.  Sulla felicità dei singoli in sè sono stati versati fiumi di inchiostro e milioni di ore di musica, ma per quanto riguarda le grandi masse umane il buio è ancora piuttosto fitto.

Le nazioni usavano misurarsi reciprocamente in base a un indice detto “Prodotto Interno Lordo”, o PIL.  Il termine “lordo” è oramai caduto in disuso, ma i linguisti concordano sul fatto che fosse un aggettivo che significava “sporco, lercio, sozzo, lurido”.

 
Dizionario alla mano, quindi, abbiamo capito che con questo indice gli Antichi Padri misuravano la quantità di sterco prodotta annualmente da ciascun Paese.  Dalla quantità dello sterco era possibile risalire a quanto un determinato popolo mangiasse, e a quanti animali da allevamento possedesse.  Di qui, la correlazione era ovvia: più mangio e più bestie possiedo, più sono felice.

Resta in ogni caso un parametro un po’ involuto.  Ci sono notizie di un parametro molto più semplice e diretto, la “Felicità Interna Lorda”.  Malauguratamente però l’unico paese al mondo a usare il FIL al posto del PIL era il microscopico regno tibetano del Bhutan, che nessuno si filava.  Tra l’altro, perché i buthanesi misurassero la felicità “sporca” ancora ci sfugge, e a me sfugge in generale tutto il meccanismo di rilevamento e misurazione che usava questo simpatico popolo himalayano.  Dovrò approfondire.

 
Tornando a noi, nel mio ultimo lavoro ho deciso di ribaltare il problema.  Se l’iceberg non va alla banchisa, la banchisa dovrà andare all’iceberg, dicono nelle Repubbliche Mesopotamiche.  E allora ho pensato: se non riesco a capire se e quanto fossero felici, almeno potrò capire quanto fossero infelici.

Per misurare l’infelicità si possono usare molti metodi.  Uno degli indici più comuni sono i volumi di vendita di sostanze psicotrope e analgesici da banco.  Un altro è il tasso di crescita degli onorari degli psicanalisti.  Uno dei metodi più diffusi resta comunque la misura dell’incremento dei telequiz all’ora di cena, che però è un parametro controverso perché non è chiaro se costituisca la causa o l’effetto dell’infelicità che misura.

 
Io ho scelto un parametro ancora più diretto: il numero di suicidi.  E’ raro che la gente felice si appenda una pietra al collo e si lanci nel vuoto, o si dia aria alla scatola cranica con una Smith & Wesson. Se ti uccidi, in linea di massima, hai il serbatoio dell’ottimismo pesantemente in riserva.

 
Grazie al pack, di dati sui suicidi ne ho trovati un bel po’.  E ve li ho scaricati qui sull’iGloo.

Dateci un’occhiata…

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