Buongiorno. Oggi parliamo di innovazione.
(Ehi, se lo fanno a Mattino Cinque e a Ballando con le Stelle, possiamo farlo anche noi, no?)
Come tutti sappiamo, esistono molti tipi di innovazione.
I più distinguono l’innovazione Incrementale dall’innovazione Scardinante (o Disruptive, se riuscite a dirlo senza sputazzare).
Un certo Keeley ha poi proposto altre tre categorie: innovazione di Configurazione, di Piattaforma e di Esperienza, che a loro volta (se avete il pomeriggio libero) si possono dettagliare in innovazione di Modello di profitto, di Network, di Struttura, di Processo, di Performance, di Sistema, di Servizio, di Canale, di Brand, e di Coinvolgimento, per un totale di dieci diversi tipi di innovazione.
Molto più modestamente, noi di Afterfindus abbiamo da tempo segnalato l’esistenza di un’altra fondamentale categoria di innovazione, più negletta delle altre ma in continua ed esplosiva crescita : l’Innovazione Inutile.
Un esempio di innovazione Inutile sono quei nuovi modelli di smartphone che escono tutti i giorni, identici al modello precedente ma con un briciolino di memoria in più (sufficiente appena per scrivere “E chemmefrega”, e nient’altro), o magari due righine di pixel aggiuntivi, o la batteria che dura dieci minuti più del modello precedente.
Oppure quelle automobili identiche al modello di sei anni prima quanto a prestazioni, comfort e consumi, ma che finalmente ti permettono di visualizzare le app del tuo telefonino mentre stai guidando (così ti schianti).
Per non parlare di quei fiumi di gigabyte che i giganti della tecnologia ti costringono periodicamente a scaricare incitandoti con messaggi del tipo:
“Nuovo aggiornamento disponibile! Scarica subito questi 579 kilotoni di bytes per aggiornare il tuo sistema operativo con:
- Tastiera e sistema di controllo ortografico per otto dialetti indonesiani di tribù completamente estinte,
- Supporto a visori ortospaziali tridimensionali catarifrangenti in uso presso la NASA, il CERN e i nipoti di Bill Gates,
- Un nuovo filtro per le videochiamate che ti cancella i brufoli, ti gonfia le tette e ti trasforma gli occhi in cuoricini,
- Un set di 1897 nuove emoticon tra cui: il sole che ride, la faccina strabica, lo scoiattolo-castoro del Wyoming, e il fantasmino che fa le scoregge.”
(Tutto vero. Se avete dispositivi Apple sapete che non mento. Anzi, è pure peggio:)

Ebbene, oggi invece siamo qui per parlare di un ulteriore tipo di innovazione, anch’essa in rapidissima ascesa: l’Innovazione Smemorata.
Dicesi Innovazione Smemorata quella sorta di bias mentale per cui se una buona idea è già venuta in passato, va buttata nel cesso.
L’altra sera, ad esempio, mi è capitato sotto gli occhi un breve filmato del 1931 in cui si vedeva un’automobile equipaggiata con una ruota di scorta che, all’occorrenza, poteva scendere a terra. Allego foto del prototipo originale e di un remake degli anni ’50.

In fase di parcheggio, la ruota aggiuntiva, trovandosi ad un angolo di 90 gradi rispetto alle altre, permette all’auto un incredibile movimento a pendolo. In pratica, consente di parcheggiare l’auto in uno spazio anche molto ristretto in una sola, semplicissima manovra.
(Lo so, dalla mia spiegazione non si è capito un tappo. Vedere il video vi aiuterà. – grazie Edoardo Poeta)
È un’idea semplice, e straordinariamente funzionale. Un risultato più furbo dei moderni Park Assist, oltretutto realizzato senza l’utilizzo di telecamere, software e sensori sofisticati.
Perché ce lo siamo dimenticato? Perché abbiamo cercato di reinventarci tutto da capo, complicando orribilmente le cose – e, oltretutto, fallendo miseramente?
Ma non vi ho tirati fin qui per parlare di parcheggi. L’Innovazione Smemorata su cui vorrei scaldaste i vostri neuroni ha a che fare con ben altro tema – pur se ancora in ambito automobilistico.

Le Grandi Menti dell’Economia e dell’Industria (oops, devo stare attento, sto esaurendo le maiuscole) si interrogano da tempo sul perché le automobili elettriche non stiano prendendo piede. La risposta, naturalmente, è ovvia e nota anche alle caprette. Autonomia limitata, e tempi di ricarica eterni.
Le colonnine di ricarica, evidentemente, NON sono la soluzione. Anzi, sono decisamente una cavolata.
Possono in qualche modo avere senso finché le auto elettriche in circolazione sono tre in croce. Ma ve lo immaginate, voi, un mondo in cui la maggioranza del parco circolante dovesse aver bisogno di colonnine, per funzionare?
Per non lasciare nessuno a secco, bisognerebbe installare colonnine in tutti gli edifici, pubblici e privati. E in tutti i parcheggi, piazzole, supermercati, ospedali, scuole e campi sportivi. Bisognerebbe buttar per aria interi centri storici per installare colonnine. Occorrerebbe cablare parchi, spiagge, strade di montagna, alpeggi, radure, borghi medievali, laghetti, madonnine, punti panoramici e rovine isolate – bisognerebbe cablare TUTTO lo stramaledetto pianeta, perbacco.
Una soluzione impraticabile, costosa, cretina e terribile.
Ma ecco che entra in campo l’Innovazione Smemorata. Con due elementarissime non-novità che esistono già, e che funzionano alla grande, il problema dei tempi di ricarica e dell’autonomia dei veicoli potrebbe essere risolto con relativamente poca spesa e poca attesa.
La prima non-innovazione si chiama PILA, e non la chiamo con il suo altro nome (BATTERIA) per evitare la confusione con le attuali batterie dei veicoli elettrici.
Le pile sono quei simpatici cilindretti metallici che hanno permesso a intere generazioni di portarsi dietro (a scuola, in ufficio, al parco, in campeggio, in nave, in treno, in miniera e in qualsiasi altra situazione umanamente concepibile) la calcolatrice tascabile, la radio, lo stereo, la torcia, il robottino giocattolo, l’orsetto di peluche ventriloquo, il ventilatore, i pedali per la chitarra, il megafono e il vibratore. Senza doversi collegare a nessuna presa di corrente, e senza quindi dover impestare il mondo di colonnette.

Come funziona questa esotica tecnologia? Compri la pila, la inserisci nel suo alloggiamento, pigi il pulsantino e – meraviglia! – l’oggetto funziona.
Senza contare che la ruggente tecnologia di quarant’anni fa ci ha anche regalato un upgrade dei magici cilindretti: i magici cilindretti ricaricabili. Più facile di così.
La seconda Innovazione Smemorata da recuperare alla memoria è la cara, vecchia STAZIONE DI SERVIZIO. Avete presente? Per generazioni di automobilisti, non c’è mai stato bisogno di aggeggini fallici per far rifornimento. Né si è mai preteso che il serbatoio dell’auto dovesse necessariamente riempirsi da solo, di notte, sotto casa.
Semplicemente, quando il carburante si avviava all’esaurimento, si faceva di necessità virtù e si andava a visitare un posto ben preciso, detto appunto “stazione di servizio”. Alla stazione di servizio si spendeva qualche minuto per il rifornimento, dopodiché si poteva ripartire in libertà per mille altre inimitabili avventure.
E se proprio si restava a secco, si poteva sempre rifornire il veicolo con una tanica di emergenza. Senza dover srotolare chilometri di tubo per collegarsi al distributore più vicino.
E quindi, miei ingegnosi amici, perché non prendere queste due meravigliose Innovazioni Smemorate e frullarle insieme?
Immaginiamo una rete di stazioni di servizio in cui, anziché pomparti idrocarburi nel serbatoio, ti cambiano le batterie. Tout simplement.
Quando l’indicatore della batteria mostra che sei in riserva, ti rechi al primo distributore disponibile.
L’ex-benzinaio ti apre il cofano, e con un semplice paranchino ti smonta le batterie scariche e te ne monta delle altre – non necessariamente nuove, comunque perfettamente cariche.
Tu paghi, e in pochi minuti sei di nuovo in strada. Le tue vecchie batterie verranno ricaricate, con calma, per essere poi montate sull’auto di qualcun altro.
Naturalmente, chi ha uno scooter, monterà (per dire) una sola batteria. Chi ha una utilitaria, ne avrà sotto il cofano tre o quattro. Una station wagon avrà otto batterie (sto continuando ad andare a caso) e un autotreno ne avrà sessantasei. Ma sempre uguali. E sempre quelle: le stesse batterie che girano.

(Proprio come si faceva con le pile. Con una singola Duracell la mia torcetta elettrica andava avanti per settimane. La calcolatrice di Duracell ne voleva due. Anche lo walkman ne usava due, ma andavano cambiate molto più spesso. Il top era un piccolo amplificatore per chitarra che ne ospitava dodici alla volta, e aveva una autonomia massima di una cinquantina di minuti. Però in quei cinquanta minuti potevo suonare a tutto volume nei boschi, ed è una cosa che in certe zone dell’Appennino bolognese ricordano ancora con sgomento.)
Questa soluzione non può non funzionare, per il semplice motivo che ha già funzionato in passato.
Hanno funzionato i dispositivi a pila, e hanno funzionato le stazioni di servizio. Insieme, funzionerebbero da dio.
Inoltre, sospetto che l’operazione di sostituire le batterie potrebbe essere addirittura più veloce di un normale pieno di gasolio.
Infine se, un domani, qualcuno dovesse inventarsi una batteria migliore (più economica, più capace, più leggera, o che emette profumo di lavanda) non sarebbe necessario correre per l’ennesima volta a rinnovare l’intero parco macchine circolante.
Basterebbe cambiare le batterie.

E allora, l’attuale crisi delle auto elettriche è forse un problema di scarsità di finanziamenti, di mancanza di inventiva, di foschi interessi corporativi, di spietate logiche geopolitiche, di assenza di progettualità infrastrutturale, di beata idiozia…
…o è un banale vuoto di memoria?












Bellissimo e su…. VENGO-AL-PUNTO, ho riso per 5 minuti!!!
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Pubblicato da Andrea Azzaroni | 16 Maggio 2024, 9:31 amAh ah ah ah grazie Andrea! Nelle locuzioni interlocutorie sono un asso. Nelle congiunzioni, poi, in molti mi chiamano “Maestà”.
Prima o poi imparerò anche a scrivere cose sensate. 😉
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Pubblicato da niarb | 16 Maggio 2024, 6:32 PMNiente da dire. La realtà è sempre un passo avanti.
E l‘Innovazione Inutile è un treno in corsa! Come avremo fatto finora ad andare avanti senza lo schizzo viola e il ravanello?
https://www.wired.it/gallery/nuove-emoji-2024-unicode-16/
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Pubblicato da niarb | 24 Maggio 2024, 4:03 PM